Il contadino mi ha svegliato sulla cima a pochi passi dalla locanda, ma il sollione di mezzogiorno arroventandomi così addormentato per quasi due ore su quel barroccio non mi ha nemmeno lasciato la testa pesante.
Veggo subito il cuoco in giacca e berretto bianco sulla porta.
La locanda è piena di villeggianti, che dicono di essersi rifugiati quassù dal caldo, mentre invece il sole vi scotta come nelle valli; ma sono a quasi mille metri sul valico tra Pistoia e Porretta, e basta.
Mi siedo subito a tavola con un appetito così formidabile che mi ottiene un primo trionfo d'ilarità; poi un signore mi riconosce e divento un personaggio letterario, del quale la conversazione promette qualche amenità per mezzo la noia delle chiacchiere quotidiane. La Collina, questo giogo si chiama così, è pittoresca: la strada avvalla subito dalla locanda per forre cupe, in fondo alle quali l'esile campanile di un paesetto si erge come uno stollo rossastro; un'altra stradiccinola mulattiera conduce per Pracchia a Modena, la valle dell' Ombrone si dilata dietro, tra sfumature verdi.
Avevo deciso di ripartire subito, ma le signore me lo vietano cortesemente: la compagnia varia è di una cordialità senza pretensioni o gelosie, non vi scorgo che tre ragazze e due studenti troppo scolari per essere ancora dei giovanotti. La casa ha un ufficio di posta e di telegrafo, un pianoforte, un salone che serve anche per ballare levandone le tavole, un cuoco degno di un grande albergo, del vino eccellente e una padrona, che servendovi a tavola ha l'aria di rendervi il più segnalato favore.
Infatti non sarebbe possibile domandargliene un altro.
Ma che fanno quassù? Affermano di errare pei boschi, però tutte le signore hanno scarpine da città coi tacchi stretti ed alti; una vedova bella, con un sorriso fresco di fanciulla e i capelli brinati, va a prendere un alpenstok di bambù più alto di lei, e me lo mostra trionfalmente. Nonpertanto la gita abituale di tutti è ad una piccola fontana, che sprizza fra i sassi a duecento metri dalla locanda.
Non mangiano in comune.
Il pianterreno è diviso a camerini, nei quali le famiglie si sparpagliano all'ora del pranzo isolandosi in una intimità domestica. Dev'essere altrettanto comodo che gradevole. La bella vedova accoglie nella propria saletta un'altra signora col marito, perché anch'essi hanno un piccolo bull-terrier diventato subito, caso ben raro, amico dei suoi due cani, un lupetto e un bull-dog.
Sono invitato anch'io, e compio così la quadriglia. Che cosa diciamo? Non lo so, si scherza, si ride; ella ha dei movimenti di testa quasi imperiosi, quando s'abbandona sulla spalliera della seggiola con la bella mano poggiata mollemente sull'orlo della tavola, e guarda coll'occhialino a manico lungo di tartaruga.
Non è vedova che da due mesi, di un marito vissuto lungamente infermo.
Una signora bruna, grassa, dagli occhietti lucidi, coi capelli fasciati da un fazzoletto turchino alla provenzale, si precipita nella saletta.
- Gli sposini sono scesi nel salone.
- Ah!
Sono due sposi novelli, capitati la sera innanzi e dileguati subito nella loro camera. Un ronzio di alveare si alza da tutti i camerini, le signore vanno e vengono, le ragazze cercano di assumere un'aria ignara.
- Come sono?
- Pallidi?
- E lui?
- E lei?
- Meglio lei - grida quasi ad alta voce un signore brizzolato.
- Lui è stanco evidentemente.
- A quest'ora.
- Pare un malato.
- Già, le donne...
- Ma taccia dunque.
Siamo tutti in piedi per andare nel salone. Entriamo. I due sposini indovinano la nostra mossa, lei abbassa gli occhi, lui si sconcerta, le signore si rigirano nel crocchio che perde l'animazione, mentre le parole insignificanti, di parata, sembrano cascarvi frammezzo con una battuta di piattellini rotti.
Eppure tutti gli occhi sfavillano. La fresca primizia di quell'idillio legale ritenta in ognuno qualche fibra, le ragazze si son fatte pensose, le signore sembrano voler sillabare a certe occhiate sul volto dei due sposini il secreto della loro prima notte.
Sempre così: dinanzi a due sposi entrati nella vita solamente da qualche ora si guarda, si sorride, si ride, si deride e si sogna: essi sono lì roridi ancora dei lunghi primi baci, nella stanchezza di una gioia che non tornerà più, coi veli già rotti delle illusioni che dovranno perdere per via, e che adesso i loro sorrisi agitano ancora intorno alle loro teste come un vapore iridato.
- Che ne dice lei? - mi domanda a parte la vedova - la moglie non è bella.
- E nemmeno il marito.
- Quanto durerà la loro felicità?
- Quanto dura il dolore della vedovanza? Amleto lo supponeva di due mesi.
- Aveva torto.
- Infatti sarebbe pretendere troppo.
- Lasciamoli soli - mormora un vecchio signore dal tipo ebraico.
Usciamo tutti.
I1 pomeriggio passa bene: io e gli sposini siamo le due novità.
La conversazione della notte si fa nell'andito lungo e stretto come un tubo; prima delle dieci vanno tutti a letto, io rimango solo a cena. Apro la finestra. La notte si è fatta buia, immense nuvole nere spinte da un vento, che fugge fra i boschi, si accavallano al disopra di tutte le cime, qualche lampo le squarcia e il tuono sembra cadere dalle lunghe cicatrici fiammanti. Su nelle stanze squittiscono ancora voci di donne, ma l'albergo è già caduto in un'ombra sonnolenta.
All'improvviso laggiù, nell'abisso tenebroso della montagna, un serpente di fuoco snoda spaventevolmente le proprie immense spire: è un treno che passa. Guardo incantato il meraviglioso spettacolo. I1 serpente pare avanzare adagio, si veggono i suoi due occhi rossi e da tutte le sue vertebre schizzano lampi: non avrei mai creduto che i fanali allineati sui palchi dei vagoni potessero produrre un effetto così fantastico. Poi un singhiozzo rauco, enorme, sale dall'abisso, mentre il serpente caccia la testa nel vano di un tunnel, si raccorcia e dispare.
Un altro tuono brontola lungamente sulla valle.
Pioverà.
Infatti l'acqua ha durato tutta la notte. La mattina sulle sette, spalancando la finestra, veggo un ciclista coperto dal breve mantello impermeabile, che sta per partire quantunque pioviggini ancora. Un garzone della locanda gli attacca con una fune dietro al portasella una grossa fascina per freno, egli balza in sella e cala pedalando vigorosamente.
Ecco il freno ideale per le discese troppo lunghe.
Ma la pioggia ricomincia e dura fino a mezzogiorno.
- Non parta dunque, signor Oriani - mi dice quel signore che mi ha riconosciuto per il primo, e col quale finisco appunto in quel momento di fare colazione.
- Perché? Le strade sono eccellenti, la pioggia le ha battute invece di renderle fangose.
- Non si è accorto che due occhi la guardano già?
- Non è che un complimento. Ho girato da un pezzo il Capo di Buona Speranza.
- Ma lei non è vecchio.
- Per marito non lo si è mai abbastanza: una donna può sempre sposarvi per diventare la vostra vedova.
Parto.
Gentilmente signori e signore mi accompagnano a piedi per un chilometro; davvero sembra che farei loro un piacere rimanendo ancora per tutta la giornata, ma non bisogna fidarsi troppo a questo genere di seduzioni; la gente se ne rammarica presto e vi dichiara insopportabili.
L'Appennino è più fosco da questo lato. Giù alle pendici mi battono sull'orecchio i primi accenti romagnoli, tocco appena Porretta, a Vergato incontro il ciclista disceso la mattina sotto la pioggia; a Riola sempre correndo veggo il castello moresco di Mattei, un pazzo, che inventò l'elettricità rossa e verde, chiusa in boccette, colla quale guariva tutti i mali. Venivano a consultarlo dalla Siberia e dall'America: egli riceveva facendo abbassare il ponte levatoio di ferro, e appariva armato sotto la porta.
Così ha guadagnato milioni.
I1 castello pare disegnato da un pasticciere.
Salendo l'ultima erta di Marzabotto un'acqua furiosa mi sorprende: inutile riparare in una casa di contadino perché grondo già da tutte le vesti; quindi allungo il trotto stringendo disperatamente il manubrio e pencolando ad ogni più breve scarto della ruota. Mi pare impossibile evitare una caduta. Lungo le siepi della grande villa Aria, che racchiude la famosa necropoli etrusca, due statue romane, un guerriero coll'elmo e la corazza e un incognito che pare in toga, mi voltano la schiena così abbracciati che non posso distinguerli.
Chi sono? Che significano?
Prima del Sasso la pioggia finisce e il sole si riaffaccia così rovente che la strada ne fuma quasi subito. Mi appiedo per traversare il paesello più adagio, ma una angosciosa sorpresa mi stringe il cuore: la bottega nella quale speravo di comprare dei sigari non c'è più. Ricordo ancora, a distanza di forse dieci anni, la ragazza che li vendeva, una bella bionda piccina, grassoccia, dal viso allegro; e intorno alla bottega v'erano sparpagliate altre case sotto il monte: questo si è spaccato precipitando, schiacciando tutto. Adesso vi hanno alzato un muraglione e nel suo mezzo una lapide, che ricorda il numero delle case e delle vittime scomparse. Quel muraglione è di un effetto terribile nella sua nudità, altri muri otturano nella roccia altre caverne, dentro le quali abita altra povera gente. Trogloditi moderni: anch'essi morranno schiacciati?
Risalgo triste in sella.
Verso le cinque sono a Bologna.
In piazza un gruppo di ciclisti faentini mi ferma e vecchi amici bolognesi mi sequestrano.
- Ah, di ritorno! Hai fatto un viaggio lungo? Sembri di bronzo.
- Quante spine nel viaggio? - mi chiede Righi, il campione faentino.
- Né uno spino, né una donna.
Un sorriso d'incredulità accoglie questa risposta, poi altre domande incalzano e si decide di non ripartire che all'indomani, prima di mezzogiorno. Infatti entriamo a Faenza sulle undici da porta Ravegnana, girando dietro la vecchia stazione: la città non è mutata, incontro i medesimi visi, ascolto già gli stessi discorsi: sulla piazza di San Francesco, Torricelli è ancora seduto in mezzo al piccolo giardino, colla faccia sempre così intontita dall'aver potuto scoprire il barometro, ma lo scultore concittadino credette forse di significare meglio così l'importanza della invenzione.
Alle due rimonto in sella per Casolavalsenio: il sole è fulgido, la campagna bella e nonpertanto tutto mi pare oscuro, quasi freddo: pedalo a stento.
Dentro al largo fossato, che corre dalla via Emilia per tre chilometri verso Riolo, due piccole guardiane di oche inseguono una farfalletta azzurra nell'aria; io vengo a piedi tristemente. La farfalla sempre collo stesso volo basso e traballante piega sulla strada e cacciandosi nella siepe s'impiglia dentro una rete di ragno, che le si precipita sopra.
- Poveretta! - grida la più grande delle due fanciulle e spinge arditamente il braccio fra gli spini per salvarla, mentre un sorriso le illumina tutta la faccia dorata dal sole.
La piccola farfalla le si dibatte disperatamente fra le dita: ella si trae uno spillo dal corsetto, la trafigge e se l'appunta moribonda sul cappellino di paglia andandosene tutta civettuola.
L'altra compagna rimane dispettosa.
Pietà ed amicizia di donne.
Arrivo solo, rientro solo, sono nuovamente solo nel mio studio.
Scrivere il viaggio? Perché?
Casolavalsenio, 14 agosto 1899.