5. Sul pedale tra Romagna e Toscana (1897-1989)
 

    Viaggiava sempre solo. Una volta, per «il primo viaggio vero della sua vita, intrapreso così senz'altro scopo che di viaggiare», aveva trovato un compagno. O meglio, credeva di averlo trovato, perché Aldo Orlandi, tornato due giorni prima dalla battaglia di Domokòs, non si presentò all'appuntamento al Caffè Orfeo, impedito dai familiari o spaventato dalla prospettiva di dover reggere da solo, per due settimane, le tirate oratorie del terribile Alfredo. Il quale non battè ciglio: attese qualche minuto, poi partì solo, con la valigia appesa alla canna della bicicletta. Sarebbe stato un viaggio memorabile, di «un migliaio di chilometri in dieci o dodici giorni» (saranno in realtà di meno, i chilometri, ma non vi dirò quanti, per la ragione che vedrete): Faenza, Forlì, Santa Sofia, Carnaio, Mandrioli, Camaldoli, La Verna, Arezzo, Siena, Pisa, Lucca, Pistoia, Collina, Porretta, Bologna, Faenza. Alla fine, un racconto, Sul pedale, che contiene pagine molto belle, un piccolo classico del cicloturismo, al punto che i ciclisti romagnoli si potrebbero dividere in due classi gerarchicamente ordinate: la prima comprendente quelli che l'hanno letto, la seconda, una vera e propria gogna, tutti gli altri.

    Ha scritto una volta Renato Serra, a proposito di Ombre di occaso e più precisamente delle pagine che anche in quel libro sono dedicate al viaggiare in bicicletta:

    Anche le sue [di Oriani] debolezze diventano commoventi. Fate che ei ritorni sconsolato alla propria villa, in bicicletta, quando il sogno di un viaggio al Polo col Duca è fallito! Uno spirito che voglia congedarsi in pace dallo scrittore tormentato non saprebbe scegliere momento più caro di questo: quando appoggia la bicicletta al muro della casa in cui il suo pensiero è invecchiato.

    Qui invece noi sceglieremo un altro momento, non meno suggestivo, crediamo, sicuramente meno malinconico: quello in cui, con l'animo non sconsolato ma eccitato per l'avventura che sta per intraprendere, Oriani impugna il manubrio della sua «Prinetti», tira su i calzoni a mezza coscia, spinge all'indietro il berrettino e si avvia pedalando lungo la via Emilia, oltre il ponte sul Lamone. È un momento irripetibile, nel senso che egli non sarà mai più, dopo la fine del viaggio, così felice, nel cuore e negli occhi. Lo seguiremo da lontano, anche noi in bicicletta, con poche e rapide annotazioni, pertinenti più al viaggio che al racconto, se questo è possibile, visto che il viaggio è arrivato fino a noi solo attraverso il racconto.

    Lo seguiremo da lontano anche nel senso che quel viaggio l'abbiamo rifatto nel 1989, certo in condizioni radicalmente mutate ma sullo stesso percorso, ricostruito sulla base delle carte stradali del tempo. L'omaggio ad Oriani ciclista, promosso dall'Ente «Casa di Oriani», l'abbiamo reso in venti cicloturisti della S.C. AVIS di Ravenna, col patrocinio dei Comuni di Ravenna, Faenza e Casola Valsenio, della Provincia e dell'APT di Ravenna, del Touring Club. L'età media dei partecipanti, assistiti da tre amici che portavano ruote di ricambio e vettovaglie (il confronto era dunque già truccato), era di 45 anni, esattamente quella di Oriani: nulla era stato lasciato al caso.

    La cosiddetta 1ª Mille chilometri di Alfredo Oriani ha avuto luogo in cinque giorni, dal 21 al 25 aprile, con partenza e arrivo al «Cardello». Al termine del nostro giro eravamo ben consapevoli di aver fatto cosa estremamente divertente ma per nulla rilevante sotto il profilo sportivo, mentre il nostro antenato, lui sì, aveva compiuto un'impresa fuori del comune. E aveva fatto, soprattutto, dell'autentico cicloturismo pionieristico. Seguirlo nel suo viaggio, magari con qualche pur scontato raffronto, può avere un senso, per chi non sia indifferente all'evoluzione che in quasi cento anni hanno subito il cicloturismo ed il ciclismo amatoriale.

    Oriani comincia subito, da Forlì diciamo, ad abbandonarsi alle divagazioni storiche, che se occupano piacevolmente la sua mente nel momento in cui attraversa la città sui pedali, appesantiscono invece la pagina quando, tornato alla solitudine del suo studio, impugna la penna e rivive sulla carta l'inebriante cavalcata. L'appesantiscono inutilmente, poi, perché spesso non parla di ciò che ha visto, ma di ciò che in qualche modo è legato al luogo attraversato: Melozzo, tanto per cominciare da Forlì, la vecchia metropoli di quella «Beozia italiana» che è per lui la Romagna; poi Caterina Sforza, naturalmente, di cui non ci risparmia neppure la storia del sollevamento della veste, per mostrare, madre snaturata, che non le importava più di tanto se le uccidevano i figli: «Ah, maledizione della storia cattiva, che scende dai libri mal ragionati sui gioghi dell'Appennino e sugli antichi nomi e città murate e ornate di Toscana!» (Serra).

    Se tutto il viaggio fosse una rassegna di città e luoghi storici, il racconto sarebbe illeggibile. Invece c'è la campagna, ci sono gli Appennini, c'è il sole, ci sono le osterie, gli incontri, gli scambi di battute coi contadini nei campi: «Come va il grano quest'anno? E coll'uva? E i castagni?», C'è la solitudine del Carnaio e dei Mandrioli: quattro ore a piedi, sotto un sole rovente. Incontra un abbeveratoio e vi si sdraia al fresco, e s'addormenta. Poi ancora «quindici chilometri sotto un sole africano, su per un'erta serpeggiante, di una bianchezza che sfavilla»; e ancora una fontana, e ancora un abbeveratoio, «largo e lungo come una tinozza; ahimè! la tentazione è troppo forte». Ma sopraggiungono cinque ragazze, e la prospettiva del bagno nell'acqua gelida svanisce, quando già s'era levata la maglia. A mezzogiorno compra pane, formaggio, salame e vino, un fiasco («eppure in Toscana il vino è cattivo»), e mangia e beve e dorme sotto una quercia, senza chiedersi se ce la farà poi a ripartire.

    Questo è, all'incirca, l'andamento della prima parte del viaggio, quella romagnola, coperta in tre giorni. Quella in cui non attraversa luoghi per lui nuovi. Nuovo è quell'andare senza un programma, senza appuntamenti, senza impegni, in solitudine, seguendo il proprio estro, come un cavaliere errante. Ma senza missioni da compiere, senza vedove ed orfani da difendere, senza giganti da abbattere. È cicloturismo autentico, disinteressato, d'evasione e di scoperta nello stesso tempo. Prima della bicicletta, nulla del genere sarebbe stato possibile: l'entusiasmo del cupo «Ottone» nei confronti delle due ruote non aveva bisogno di altre motivazioni.

    E noi, come abbiamo ripercorso quelle strade, novant'anni dopo? L'accostamento è irriverente ma inevitabile, e tutto a nostro sfavore, nel senso che tutto è stato più facile e scontato. Almeno fino al Carnaio, quando il «pregno aere» da Pratomagno al gran giogo si è convertito in pioggia, poi diventata torrenziale, mista al «fummo» e al vento, sui Mandrioli, e tramutata in grandine su alla Verna, il giorno dopo.

    A parte ciò, ed a parte l'asfalto invece della polvere e dei sassi, il nostro viaggio era iniziato sotto altro segno, col saluto del presidente dell'Ente «Casa di Oriani», del rappresentante del Comune di Faenza al Caffè Orfeo, e delle vecchie glorie faentine Ronconi, Ortelli, Minardi, che ci hanno scortati in bicicletta fino a Forlì, dove si sono fermati: già cotti, abbiamo detto noi per farci coraggio. Una parata, insomma, una rievocazione storica a passo sostenuto, coi più giovani che mordevano il freno (altro che cicloturismo!) ma dovevano aspettare, specialmente sulle salite, quelli nati tra le due guerre: uno in particolare, che li aveva costretti a leggersi il racconto e che andava dicendo che lui si era formato, ciclisticamente parlando, nel mitico velodromo del suo paese natale, Lavezzola, e che quindi non era tenuto, in quanto purosangue e non mulo, ad andar su per quei passi che perfino Oriani aveva valicato a piedi.

    Poi la sera, a Badia Prataglia, dopo una puntata su Camaldoli (ma fatta solo da quattro, i più intrepidi: gli altri si sono rifugiati in albergo, bagnati e gelati), temendo un ammutinamento per via della pioggia, si era preparato un'«orazion picciola» per farli arrossire e per rincuorarli, modellata su quella di Ulisse, s'intende, ma soprattutto su quella con cui Nullo Baldini e Armando Armuzzi apostrofarono i braccianti ravennati che volevano abbandonare, appena giunti, le paludi di Ostia per tornare a Ravenna, nel novembre 1884 («Av cardivia da travè i què l'ustarì dla Beta? Credevate di trovare qui l'osteria della Betta?»). Ma non fu necessario pronunciarla, perché nessuno fu fellone, anche se poi s'è saputo che volevano telefonare alle mogli per farsi venire a prendere, e che non l'avevano fatto solo per un riguardo al vecchio (per paura delle mogli, in realtà, che per quei cinque giorni di libertà avevano ben’altro per la testa che andare a recuperare dei mariti bagnati)..

    Ma torniamo al nostro eroe, il quale, dopo il gentile episodio delle tre fanciulle che vendevano fragole lungo la salita dei Mandrioli, lasciata la Romagna sta guardando il tramonto dalle mura di Bibbiena. Domani salirà alla Verna, in pellegrinaggio francescano.

    Ah! San Francesco, sono stato al vostro convento della Verna [...]. La vostra carità, che fondeva in una fiamma inestinguibile tutte le anime, vi divide ora i pellegrini in classi come nelle stazioni ferroviarie [...].

    Adesso i vostri frati vivono alla Verna come dappertutto, senza dolore e senza pensiero.

    Mi ha sempre affascinato questa lunga pagina su Francesco, con la quale Oriani presumeva di aver reso giustizia al santo meglio di quanto non avessero fatto non dico Carducci, perché questa era pretesa ragionevole, ma addirittura Sabatier e... Dante. È bella, in effetti, ma noi non siamo qui per giudicare lo storico e il saggista, bensì per seguire il ciclista. Credo che proprio il ciclista abbia raddoppiato la collera del grande moralista che ha scritto le parole sferzanti contro i fraticelli che «ingrassano della gloria» del fondatore. Aveva sofferto tutta la mattinata, sulla bicicletta ed a piedi, per salire fin lassù, e vi aveva trovato uno spettacolo che tutto poteva ricordare men che il poverello d'Assisi. L'indignazione cresce: «Non pagherò ai vostri frati il loro pranzo da bettola colla ipocrisia di una elemosina; getto tre lire nel cappello di un accattone zoppo, alla porta del primo cortile, e discendo a lunghi passi la rampa verso l'osteria, ove ho lasciato la bicicletta».

    Novantadue anni dopo, l'apparato turistico non aveva l'aria di essersi indebolito, a giudicare dal numero di pullman che sostavano nel piazzale malgrado la grandine. Sono stato lì lì per chiedere ad un frate, in tutto simile ai suoi predecessori («quasi tutti giovani e quasi tuoi grassi, con delle guance da mezzina e l'occhio stagnante»), se conosceva la pagina di Oriani, e se le cose erano migliorate, da allora. Ma un mio compagno, che è un devoto e che con Francesco condivide il nome (non altro, che io sappia), mi ha dissuaso dalla grossolana provocazione.

    I frati hanno guastato ad Oriani il pellegrinaggio alla Verna, ma la pioggia della notte successiva, sempre a Bibbiena, e il sole del quarto giorno, con lo spettacolo della vallata (è quella dei ruscelletti che discendon giuso in Arno, che maestro Adamo non potrà dimenticare neppure dal fondo dell'inferno), mettono le ali ai piedi e riportano la serenità nell'animo del grande turista:

    La bella contrada del Casentino mi sta ancora dinanzi agli occhi come un arcipelago asserragliato da monti: colli e poggioli emergono quali isole dalla verde valle, le strade sinuose hanno il candore opaco dei canali, dalle vette lontane guatano i ruderi degli antichi castelli [...]

    La bicicletta vola verso Arezzo, senza bisogno della famosa cinta, che di tanto in tanto batte contro un tubo del telaio.

    Arrivo in volata sono l'arco della porta, che pare un androne, la città quasi deserta nelle prime strade come un villaggio sale sempre; nella piazza del duomo incendiata dal meriggio sono solo, giacché le lastre del selciato arroventano perfino la suola troppo sottile delle mie scarpe.

    Il ciclista ha fatto il suo dovere. Ora è il momento in cui deve farsi avanti il turista colto, che sa cosa c'è da vedere ad Arezzo. Eccolo infami in ammirazione davanti al duomo ed alla facciata di Santa Maria della Pieve, poi al palazzo municipale, dove sa che è conservato un ritratto di Pietro Aretino dipinto da Sebastiano del Piombo, o comunque a lui attribuito. Ma non entra: «che m'importa di quel ritratto?». Così come si sottrae alle insistenze di un vecchietto che vorrebbe mostrargli la cosiddetta casa del Petrarca, e si mette in salvo nella prima trattoria che incontra, come avrebbe fatto ogni altro cicloturista romagnolo.

    E Piero della Francesca? Lo ignora, ed io a lungo gli ho tenuto il broncio per aver egli visitato Arezzo senza cercare Piero, e l'ho accusato, anche pubblicamente, nella sua patria, di essere stato un turista da facciate. Fino a quando, rifacendo il suo viaggio, sono sceso molto più in basso di lui, che almeno le facciate le aveva viste, mentre noi di Arezzo abbiamo visto solo i campanili, da lontano, perché si doveva arrivare in serata a Siena: cicloturismo culturale di oggi!

    Dopo Arezzo, la Val di Chiana, col pranzo in un'osteria di Civitella, e il quasi idillio con la ragazza dagli occhi azzurri, che però non incoraggia minimamente lo strano ospite: «debbo sembrarle un mulatto incipriato dalla polvere della strada». È in questa dimensione paesana, non nelle città, che si percepisce la novità del turista in bicicletta. I ragazzi prima, gli adulti poi, si fanno attorno: «fanciulli, donne, vecchi, tutti mi circondano come il primo ciclista salito quassù». Dopo il pranzo, all'uscita dall'osteria, la scena si ripete: «Fuori mi aspetta tutta la popolazione del paese per accompagnarmi», forse fino al... cimitero».

    Oriani non lo dice, ma noi sappiamo che le ore più belle del suo viaggio, quelle in cui la sua mente è più libera, più pulita, e il corpo più stanco ma vibrante e pervaso da un sorprendente senso di benessere, sono queste della solitudine dei colli e delle campagne, della corsa inebriante o affaticata sotto il sole. E sono quelle delle soste nei villaggi, nelle osterie, alle fontane. In quelle ore, la storia, le memorie patrie non lo tentano, non provocano le spesso insopportabili tirate oratorie con cui affligge anche il più benevolo dei suoi lettori.

    Ma poi arriva a Montaperti, al tramonto.

    Il colle è squallido, non una casa, non un filo d'erba. La strada vi sale a larghe spire senza polvere: arrivo in volata. Mi sembra di essere salito allora allora in sella, ho tirato la cinghia sino quasi agli ultimi buchi, e monto di un tale trotto che due contadini si voltano meravigliati a guardarmi.

    - Guà! pare ch'ei fugga.

    Invece non fugge: pensa a Farinata, alla battaglia, a Dante, alle passioni politiche di oggi, che non hanno più la potenza di quelle dei ghibellini. Tutte cose che assassinano il piacere del viaggio in bicicletta, e fanno scadere il tono della prosa che lo racconta.

    Anche noi naturalmente deviamo su Montaperti, sulle orme di «Ottone». Solo che il mio esperimento, diciamo orianesco, rievocativo, finisce in vacca. Ho fatto del mio meglio, citando i cronisti, le cifre: 20.000 combattenti, 2.500-10.000 morti. Vi par cosa da poco? «E ciò fu uno martedì, a dì 4 di settembre, gli anni di Cristo 1260». Ma Arturo non si lascia infinocchiare: «Il professore ce l'ha fatta grande—ha detto il ribaldo-, ma io credo che sia stata una battaglia di tutt'altro genere. Vedete quella casa? Da lì saranno usciti due col forcone, dall'altra qualcuno con la zappa, altri col rastrello. E si son menati fino a sera. Questa è stata la battaglia di Montaperti». Ho capito subito che era stato più convincente di me, e di Giovanni Villani, e sono stato al gioco. L'Arbia colorata in rosso? Leggenda amplificata da quel mitomane che era Dante. Forse era tutto da spiegare col «Rosso d'Arbia», noto vino doc della zona, particolarmente indicato per i ciclisti. E con questi eccelsi parlari giungiamo anche noi a Siena, sempre a rispettosa distanza dal nostro grande antenato, partito con un décalage di 92 anni.

    Non aveva mai visto Siena, e ne resta folgorato. Le pagine che vi dedica sono fra le più felici, anche quelle della rievocazione storica. L'intravvede da lontano, dal colle di Montaperti, biancheggiarre confusamente. Vi entra di sera:

    Di notte le sue strade, le sue piazze, i suoi palagi, le sue chiese riappaiono nel sogno antico: il silenzio diviene trepido fra le ombre, si guarda incerti fra lo sbocco delle viuzze che discendono tortuosamente come sentieri [...].

    A quell'ora, sul Campo l'ombra oscillava mollemente, nessuna scolta guardava i cancelli neri del Palazzo, nessuna voce rompeva il silenzio [...].

    Un orologio suona le tre del mattino.

    Anche ieri notte malgrado i cento chilometri battuti di cosi buon trotto sono rimasto lungamente alla finestra, guardando giù nel giardino e nella strada, che si inabissa e poi sale verso la spianata di San Domenico [...].

    Adesso invece le fontanelle della Gaia Fonte dietro e dintorno a me cantano nei bacinetti: sono lungo disteso sopra un gradino bianco, colla testa sul marmo guardando in alto; nessuno verrà a cercarmi, la piazza è deserta come il colle di Montaperti.

    Le fontanelle ripetono ancora il coro della prima ora, quando Iacopo della Quercia le scoprì fra gli applausi di tutto il popolo.

    Si ripensa ad una pagina dei Carnets di Camus, inedita fino a qualche anno fa, in cui lo scrittore sogna di poter rifare, a piedi, il cammino verso Siena, e di giungervi di notte, come il nostro ciclista errante:

    Vorrei tornare alla fine della vita sulla strada che scende nella vallata di Sansepolcro, discenderla lentamente, camminare nella valle tra gli ulivi fragili e i lunghi cipressi e trovare in una casa dai muri spessi e dalle fresche stanze una camera nuda e una finestra da cui poter guardare la sera scendere sulla valle. [...]

    Ma soprattutto, soprattutto, rifare a piedi, zaino in spalla, la strada da Monte San Savino a Siena, costeggiare quella campagna d'olive e d'uve, di cui risento l'odore, attraverso quelle colline di tufo azzurrognolo che si stendono fino all'orizzonte, vedere allora sorgere Siena nel tramonto con i suoi minareti, come una Costantinopoli di perfezione, arrivarci di notte, senza denaro e solo, dormire vicino ad una fontana ed essere il primo sulla piazza del Campo in forma di palma, come una mano che offre ciò che l'uomo, dopo la Grecia, ha fatto di più grande.

    È penoso staccarsi da pagine di cosi alta suggestione, ma non è questo il momento di trastullarsi con la letteratura odeporica, perché dobbiamo seguire il nostro ciclista che lascia Siena e corre per la campagna in un mattino splendente d'agosto. Le gambe però lo tradiscono, come il sonno lo ha abbandonato da alcune notti:

    Assolutamente la bicicletta non va: che cosa è stato? Sapete benissimo che la colpa è delle gambe pesantemente inerti sui pedali, ma si ridiventa fanciulli, si discende di sella per esaminare la catena tutta grumosa di polvere; la si unge, si ungono i perni, tutto il resto, si risale dando una spinta violenta e la bicicletta non va.

    Come se non bastasse, poco più avanti, verso Poggibonsi, tre biroccie gli sbarrano la strada e una vecchia con un fascio d'erba sulle spalle lo manda a gambe all'aria. Per il ginocchio sinistro ci vuole la farmacia, con una spesa di quattro soldi; per il fermapiede, un fabbro, che gli sfila ben due lire. La prospettiva di giungere a Pisa in giornata è compromessa, anche per via del fiasco di vecchio Chianti frizzante e gagliardo, il primo vino degno di questo nome bevuto in Toscana. Arriva comunque a Certaldo, in tempo per irridere al grande certaldese che, dopo aver frustato col medesimo lazzo lo spettro della morte e il fantasma di Dio, «tornò vecchio a rabbrividire delle prime paure infantili, e nascose per morire la testa sotto il manto della religione come i bambini l'appiattano a mezzo di un racconto terribile sotto il grembiule della nonna». Ah, «Ottone», noi non vogliamo confondere la veste del priore di Valsenio col grembiule della nonna, ma se avessi previsto allora che anche il satanico autore di A Giuda di Simone da Carioth un giorno di ottobre del 1909...!

    Sulla strada da Siena a Pisa in cui Oriani era stato appiedato prima dalla fatica e poi dalla vecchia, noi, nella nostra parodia di viaggio, siamo stati più fortunati. Prima però dovrei dire della nostra entrée trionfale in Siena, direttamente in bicicletta fino al Campo, in spregio a divieti che ignoravamo. Li ignorava anche il nostro accompagnatore, che s'è ritrovato in auto sotto la torre del Mangia, cosa che non si verificava da decenni, secondo il vigile che gli si è avventato contro e che, alla plausibilissima giustificazione: «Sto seguendo quei corridori», dopo un'occhiata di compatimento a noi venti già in posa per la foto, ha esclamato: «Corridori quelli! Ma mi faccia un piacere!», l'incompetente.

    Dovrei anche aggiungere che, pur senza tirar fuori Provenzan Salvani, Pia de' Tolomei e Santa Caterina, anche noi siamo stati folgorati dal miracolo del Campo, sotto il sole e sotto la luna, specie quelli che l'avevano visto solo alla televisione, per via del Palio. Ma su ciò, dopo Oriani e dopo Camus, preferisco tacere.

    Mi piacerebbe invece dare una risposta all'irriguardosa insinuazione di donna Giovanna circa le giovani fanciulle dal fondo dei palchi, e raccontare per minuto cosa è accaduto alla «Grotta di Santa Caterina» prima, alla «Pensione Lea» poi, anche per sfatare la leggenda secondo la quale i ciclisti sanno solo pedalare. Ma cede la memoria a tanto oltraggio. E poi ho promesso ai miei compagni, che in fatto di figure retoriche la sanno lunga, di rifugiarmi nell'aposiopesi, nel caso avessi toccato questo aspetto del nostro viaggio. E ciò non tanto per le mogli, che sanno in quale conto tenere le nostre storie ciclistiche, quanto per il buon nome dell'ente che sponsorizzava la spedizione. Mi limito allora a dire che quella serata, come le altre, è stata all'altezza della fama di Mario, ben noto playboy della grande scuola di Godo, ingaggiato per l'occasione come addetto alle pubbliche relazioni serali e notturne.

    Non posso che accennare all'irruzione in San Gimignano, tra la folla plaudente di una luminosa mattina domenicale. E sorvolo sulla sosta a Certaldo, dove, a differenza del nostro grande predecessore, non ho infierito su ser Giovanni e le sue paure senili, ma dalla gradinata di Palazzo Pretorio ho intrattenuto i miei compagni su frate Cipolla, su Masetto di Lamporecchio, che divenne ortolano di uno munistero di donne, e su Alibech, che mise il diavolo in ninferno.

    Ricordo con piacere che nel primo tratto di strada fuori Siena, all'altezza di Monteriggioni, dove Oriani aveva oliato invano la catena, Siro, il nostro navigatore che portava la carta geografica sul manubrio, euforico per il primo sole dopo due giorni di pioggia, ha intonato Volta, rivolta, il canto epico degli scarriolanti romagnoli. A tutti è venuta la pelle d'oca.

    Ma il momento più alto di quella tappa, ciclisticamente parlando, l'abbiamo vissuto poco dopo, e sentirete se è stato degno della disfida fra Oriani ed i quattro ciclisti fiorentini, tra Lucca e Pistoia, di cui dirò tra poco. Io ero nelle retrovie del gruppo dove, per evitare che Pilù mi sfiancasse con gli allunghi che infilava uno dopo l'altro, cercavo di distrarlo con argomenti di varia umanità. Lo avevo intrattenuto su alcuni punti della storia longobardica in Italia; gli avevo poi illustrato le deliberazioni fondamentali del congresso di Erfurt, di cui sarebbe ricorso il centenario due anni dopo; mi ero quindi assicurato la sua attenzione spiegandogli perché, per ciclisti della nostra età, la Sanseverina è molto meglio di Mathilde de La Mole. Gli stavo infine dicendo, mentre la curva dell'attenzione precipitava, che l'Immacolata Concezione non è quel che la signora Ida Magli crede che sia, quando due ciclisti toscani, che avevamo appena incrociato, sono tornati sui loro passi e ci hanno infilati con altezzosa aria di sfida. S'è udito un grido unanime: «Pilù E lui si è catapultato, li ha raggiunti, si è messo a tirare a testa bassa, «morsando», il manubrio ai 46-48 kmh. Dopo un po' uno dei malcapitati ha chiesto: «Dove corri, Ravenna, con quel passo?» Alla minaccia: «Vi porto fino a Pisa!» si è arreso. L'altro ha tenuto duro ancora per un centinaio di metri poi si è sollevato gridando: «o bischero, fermati che sei rimasto solo!». E Pilù è tornato indietro e ci ha raggiunti sulla strada di Colle Val d'Elsa, su cui intanto noi avevamo deviato Altre provocazioni ciclistiche non vi sono state per tutto il percorso.

    Più eroico di noi, che ci eravamo limitati a designare il nostro campione, «Ottone» la sfida non l'aveva trasferita su di un compagno, che peraltro non aveva. L'aveva accettata in prima persona, anche se era solo contro quattro.

    L'evento, come sapete, si verificò tra Montecatini e Pistoia ed ebbe sulla salita di Serravalle il suo epilogo. Pisa e Lucca, con relative digressioni storiche ma senza episodi ciclistici degni di menzione, sono ormai alle spalle. In un'osteria di Montecatini beve con quattro ciclisti fiorentini, poi parte con loro, con l'ipocrita intesa di non alzare il passo («e invece trottiamo già da due minuti al chilometro»). Il romagnolo è il più vecchio, ma ha la bicicletta più leggera e la moltiplica più grossa. Nessuno vuole aver l'aria di lanciare sfide, ma di fatto sono in corsa:

    Guida la marcia il più villano, un fabbro: al mio fianco il più elegante mi confessa subito di essere impiegato in un negozio di pannine (?) e sorride sdegnosamente del fabbro, che colla testa sul manubrio e le culatte più alte della testa comincia a perdere terreno. [...]

    Alla prima occhiata mi accorgo che solamente il mio primo compagno, l'elegante, è veramente agile, e non spiega ancora tutta la propria velocità rivolgendo tratto tratto il capo a guardarmi. Evidentemente egli vuole battermi e, poiché non ha forse venticinqu’anni, la pretesa è legittima.

    Sarà legittima, ma l'elegante venditore di pannine ha fatto male i suoi conti, come i suoi due pronipoti con Pilù. Stanno marciando alla velocità di 1'40" per chilometro (43 kmh.!) e cosi arrivano alla salita di Serravalle, dove il fiorentino spirito bizzarro «precipita la volata staccandosi dalla sella col naso sul manubrio: è un razzo», o cosi pare ad «Ottone», che teme di non poter fare altrettanto. E invece lo fa, anche perché l'altro, imprudente e spavaldo di fronte ad un barbuto romagnolo di mezza età, ha commesso un grave errore strategico:

    egli ha spiccato la volata troppo presto e troppo furiosamente; riguadagno terreno, sento già il rantolo del suo respiro, sforzo tre o quattro pedalate, lo raggiungo e mi abbino daccapo senza volerlo oltrepassare.

    Sarà poi vero che non ha voluto sorpassarlo? Non sarà che anche lui era esausto e si è rifugiato nel fair play, come faccio io certi giorni, nell'ultimo tratto della salitella di Bertinoro? Comunque sia, giù il cappello, signori!: questo è ciclismo, non pacioso cicloturismo alla Stecchetti o alla Panzini.

    Si vorrebbe poter continuare su questo registro, ma qui si sta facendo opera di storico ed è necessario tutto l'amore che porto alla verità per farmi proseguire fedelmente un racconto di così poco onore a un personaggio tanto principale. Mi riferisco a quel che accadde il giorno dopo, sul Passo della Collina:

    Il contadino mi ha svegliato sulla cima a pochi passi dalla locanda, ma il sollione di mezzogiorno arroventandomi così addormentato per quasi due ore su quel barroccio non mi ha nemmeno lasciato la testa pesante.

    Voi avete capito come erano andate le cose, ed io non intendo far nulla per attenuare la gravità del misfatto. Aggiungo solo, a proposito del Passo della Collina, che la maggior parte dei miei compagni, giunta al bivio e non trovando il barroccio del contadino, s'è infilata nel tunnel, che ai tempi di Oriani non esisteva, ed ha evitato il peggio. Non cosi io, e Franco (il vero organizzatore della spedizione), e «Preto», l'eroe della Vuelta a España, che a Pisa mi aveva spiegato perché la pettorina della calzamaglia va sulla schiena, a dispetto del nome, e Gino, l'atleta più versatile di tutto il sistema bancario dell'ex esarcato, e «Drago», nato con me nell'anno della seconda repubblica spagnola, uomo d'acciaio, forse per via del latte di lupa che a suo tempo abbiamo succhiato, noi due soltanto, dei venti.

    Omai sarà più corta mia favella..., non perché non vi sia altro da raccontare, ma perché ho già usato troppa carta e la presidente protesta. Voglio solo ricordare, dal momento che la nostra commemorazione (rivisitazione, in culturese) del viaggio di Oriani è stata un fatto turistico oltreché sportivo, un altro mio infortunio storico, dopo quello di Montaperti.

    A Lucca cercavo Ilaria del Carretto, ma il primo tentativo è andato a vuoto, perché la chiesa non era quella giusta (ma intanto si son visti anche S. Michele). Raggiunto finalmente S. Martino, ho disposto il gruppo intorno al sepolcro della mirabile fanciulla, ed ho perfino strappato un os-cia! di ammirazione (non per me) quando ho ricordato che è opera di quell'Iacopo della Fonte Gaia. Sennonché una saputella stipendiata dall'Azienda di turismo, sopraggiunta proprio mentre ci stavamo allontanando, mi ha rotto le uova nel paniere dicendo ai suoi clienti a quale età era morta Ilaria: io le avevo appena regalato un anno di vita. Le occhiate ed i sorrisetti dei miei compagni sono stati la loro vendetta allegra per la figuraccia che gli avevo fatto fare il giorno prima nel «Campo dei miracoli», davanti ad uno striscione che recava una misteriosa scritta: «Museo delle sinopie».

    L'ultimo giorno del nostro giro è tornata la pioggia, almeno da Marzabotto ad Imola. Ma al «Cardello» c'era il sole, la TV di stato, le autorità, molta gente. E salsiccia e Albana per tutti, dopo l'omaggio floreale al monumento ad Oriani ciclista in Casola Valsenio. Fra gli applausi generali, solo una puntura di spillo, all'uscita dal paese, ha tentato invano di sgonfiare il palloncino dell'entusiasmo. La voce di Sancho, prestata per l'occasione ad un'anziana concittadina di Oriani, ci ha detto, in un pittoresco dialetto: «Guarda ben lì! Ma perché non ve ne state a casa con le vostre mogli, le poverine?». Io non ho saputo che dire, perché una risposta convincente non l'avevo, così su due pedali. Ma uno degli ultimi l'aveva, e gliel'ha data, in ravignano: «Al savè pu no parchè, al purèn!» («Lo sappiamo ben noi perché, le poverine!»). Non ho mai saputo chi sia stato, ma se lo sapessi, non lo tradirei.

    Ci siamo lasciati dandoci appuntamento al 1997, per la «Mille chilometri di Alfredo Oriani» del centenario.

    Il ritorno del grande solitario, anche in ciò più serio di noi, era stato meno allegro. «Né uno spino, né una donna», aveva risposto con evidente orgoglio ad un gruppo di amici faentini incontrati a Bologna. L'accostamento è sorprendente, anche in un misogino come lui, che cercava di evitare gli spini (in bicicletta, voglio dire) ma non le donne. Ormai però l'atmosfera incantata del viaggio si stava dissolvendo. L'ombra cupa del «Cardello» era già in vista. «Arrivo solo, rientro solo, sono nuovamente solo nel mio studio. Scrivere il viaggio? Perché?»

    Per nostra fortuna, quando si poneva questa domanda il viaggio era finito, ma anche il racconto era scritto. E noi restiamo incerti se ammirare di più il solitario cicloturista che quel viaggio ha fatto, o lo scrittore che, in un'ora di grazia: lo ha narrato.
 
 

 

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