Giovanna Bosi Maramotti
La bicicletta nella letteratura
Note in margine
Nell'ormai
lontano 1987, la presentazione a Casola del volume Viaggio in bicicletta
(1), pubblicato dall'editore Boni, offrì l'occasione di riportare
l'attenzione sugli scritti di Oriani che hanno il loro centro sul più
domestico e semplice veicolo che l'uomo abbia inventato. Si intrecciò
allora tra i due presentatori - sui quali incombeva gigantesca, massiccia,
pur nella sua essenzialità strutturale, la bicicletta dello scrittore
- un dialogo che, in parte, coinvolgeva anche il pubblico. In verità,
il nostro era un dialogo che si scindeva in due monologhi, ora intrecciati
ora divaricantisi, secondo un disegno prestabilito (ma continuamente scompigliato)
che affidava all'uno la trattazione più precisa, più tecnicamente
e storicamente esatta; all'altra, una rapida scorreria tra la cosidetta
letteratura della bicicletta. Nella divisione dei ruoli era, ed è
leggibile la radicata convinzione della scarsa scientificità femminile,
e la scontata predilezione delle donne per il romanzo, la poesia, il libro
di memorie. La provocazione, pur in tempi di femminismo avanzato, fu accettata,
ma un netto discrimine tra i due ruoli era difficile da rispettare. Le
invasioni di campo, specie da parte maschile, ci furono, e ci saranno anche
ora, in queste pagine del 4° Quaderno del Cardello. Una attenuante
si può accettare, ed è data dalle conoscenze storiche e letterarie,
oltre che dall'esperienza ciclistica sportiva del direttore della Biblioteca
Oriani (seguace in questo dello scrittore casolano). C'è da aggiungere
che le letture fatte dall'una e dall'altra parte per l'occasione, nonostante
gli sforzi per tenere reciprocamente nascoste le fonti, erano per lo più
le stesse. Onestamente devo ammettere che furono più numerose le
indicazioni che Ennio Dirani mi veniva via via fornendo di quelle che potevo
comunicare io a lui, attento lettore, e, per di più, cultore appassionato,
oserei dire accanito, della bicicletta. Come competere con chi sapeva quanti
chilometri poteva fare all'ora una bicicletta greve come quella di Oriani,
quali vantaggi porta il cambio di rapporti e le innumerevoli altre innovazioni
tecniche, ovviamente ignote cento anni addietro?
Allora
fu un discorso diretto, volto a trattare l'argomento con un leggero tocco
di ironia, con scambio di battute; una conversazione, insomma, senza pretese.
Riprendendo
a distanza di tempo il tema e dovendo trasferire in un testo scritto quello
che allora fu quasi uno scherzoso gioco, le difficoltà si presentano
in tutta la loro asprezza, e l'argomento, toccato e trattato come un divertissement
estemporaneo, reclamerebbe un ben diverso approccio.
Fedele
al mio iniziale compito, decurtato però di tutta la parte riferita
ad Oriani (e non è poco!), che il mio compagno di squadra ha maschilisticamente
reclamato per sé, in considerazione del fatto che nel 1989 sulle
orme di Oriani ha ripercorso, fin nei minimi particolari, il viaggio descritto
nelle pagine di Sul pedale, mi pongo preliminarmente il problema di che
cosa si intenda per «scrittori della bicicletta», o di «letteratura
della bicicletta», o meglio, della bicicletta nella letteratura.
A
mio avviso, l'oggetto in questione si accampa come tema dominante in pochissimi
scrittori, in numero infinitamente scarno in confronto al numerosissimo,
vario e diversissimo uso del mezzo. Negli altri scrittori comunemente citati
e ricordati, la presenza della bicicletta o serve di supporto a qualcos'altro
(appunti di viaggio con excursus letterari, storici, geografici), o si
inserisce nel quotidiano ritmo di vita narrato, o è divenuta, nella
memoria, immagine nostalgica di un momento magico dell'infanzia e dell'adolescenza.
Basta
sfogliare il volume Scrittori della bicicletta (2) a
cura di Nello Bertellini, per accorgersi che gli autori posti nell'antologia
hanno, nella maggior parte, scritto i loro racconti o le loro memorie ricordando,
con maggiore o minore rilevanza e intensità, la bicicletta, ma non
ne hanno fatto la protagonista assoluta. È la compagna silenziosa
dei loro sogni, dei loro desideri, dei loro amori. Altro calore hanno le
pagine di Oriani, che pure si permette qualche deviazione: fanno sentire
quale profonda, intima gioia (una delle poche) essa ha dato al solitario
del Cardello, quale senso di libertà gli offriva il semplice mezzo
di locomozione che riusciva a togliere ombre e cupe malinconie ad una solitudine
quasi disperata.
Non
è sufficiente trovare scritto la parola «bicicletta»,
per inserire l'autore fra gli scrittori della stessa. Valga come esempio
la vaghissima poesia del Pascoli, intitolata proprio La bicicletta, sulla
quale ritornerò.
Forse
la vera letteratura della bicicletta si trova nel giornalismo sportivo
di alta classe, quando ormai non si parla più di passeggiate campestri
o in collina, ma di gare, di campioni, di giri d'Italia (o di Francia).
Qui troviamo i nomi illustri del giornalismo italiano, da Orio Vergani
a Gianni Brera, da Enrico Emanuelli a Giovanni Comisso, Dino Buzzati, Mario
Soldati, Alfonso Gatto e a tanti altri. Scrittori autentici, prestati al
giornalismo sportivo.
Se
mai si volesse seguire la storia della bicicletta nell'arte, mi parrebbe
più convincente, e visivamente tradotta in tutta la sua dispiegata
forza, quella che emerge, con chiarezza, nei pittori, dall'inizio del secolo
ad oggi, dalla Vertigine dinamica di Boccioni o dall'«ingrato, brutale
ciclista» di Mario Sironi alla squadrata piena immagine del contadino
di Nino Melloni del 1983 o alla solitudine e malinconia della Bicicletta
sul mare di Giuseppe Viviani del 1941. Ma non è questo mio compito
né sarei in grado di condurlo degnamente a termine.
Ho
sfogliato di recente il bel volume di Remo Ceserani, Treni di carta
(3), che rintraccia nella letteratura i segni lasciati dall'apparire, espandersi
e imporsi della via ferrata, da quella immagine sempre affascinante del
treno, divenuto metafora della vita umana. Mi è venuto allora da
chiedermi se la bicicletta ha prodotto gli stessi effetti sui costumi,
sui modi di vita, sui ritmi di lavoro, sulla percezione dello spazio e
del tempo. Non nella stessa misura, senza dubbio, ma in qualche modo, pur
nella sua domestica dimensione, essa ha contribuito a liberare l'uomo dal
suo pesante, lento passo, a dargli il senso della velocità, del
distaccarsi del corpo dall'attrazione della terra; gli ha dato la possibilità
di vedersi e sentirsi padrone di un movimento moltiplicato, regolato dalle
sole sue forze.
La
storia della bicicletta dalla fine del secolo XIX ai giorni nostri segue
un percorso parallelo alla stessa nostra storia sociale ed economica, registra
i mutamenti di abitudini che vanno al di là del semplice oggetto
di desiderio, quale fu la bicicletta per intere generazioni. La letteratura
ha assunto la bicicletta nel suo impasto linguistico, nei suoi tessuti
narrativi; ha accompagnato, passo a passo, l'ingresso temuto, inquietante
nelle strade acciottolate delle nostre città, e la successiva naturale,
prevaricante presenza nella vita degli uomini e delle famiglie.
Negli
scrittori nati dopo la prima guerra mondiale diventerà una costante,
quasi un luogo comune, il ricordo della bicicletta associato al felice
compimento degli studi superiori. Ma tra la fine dell'Ottocento e i primi
del Novecento intitolare uno scritto La Bicicletta o In bicicletta, come
fecero rispettivamente Oriani e Guerrini, aveva il valore di una irruzione
impropria, trasgressiva nell'ancora paludata prosa del mondo letterario.
Poteva, al più, far capolino in una poesia, come nella lirica di
Giovanni Pascoli, dal titolo appunto La bicicletta (4); ma
anche i più devoti sacerdoti del pedale dovranno compiere un immane
sforzo ermeneutico per collocare Pascoli tra i cantori della bicicletta!
Attraverso balenii di immagini vaghe, inafferrabili, c'è sempre
il mondo misterioso, allusivo, percorso da voci e suoni appena percettibili,
proprio del Pascoli. La percezione del reale è affidata a quel «dlin...
dlin» del campanello, a quella «piccola squilla» che
rompe una tessitura di pensieri indefiniti.
I
bellissimi versi: «Mia terra, mia labile strada, / sei tu che trascorri
o son io? / Che importa? Ch'io venga o tu vada, / non è che un addio!»,
oppure: «Ma bello è quest'impeto d'ala, / ma grata è
l'ebbrezza del giorno. / Pur dolce è il riposo... Già cala
/ la notte: io ritorno», sfiorano un'ombrata immagine della bicicletta,
sempre solo suggerita da quel dlin dlin del campanello, ma in realtà
aprono spazi immensi di pensiero, nei quali realtà e sogno, vita
e morte si intrecciano in un universo popolato di fantasmi.
Sempre
Pascoli, che, se prestiamo fede alla sorella Mariù, non andava in
bicicletta, finisce con l'accogliere questo nuovo oggetto, quasi un alieno,
nel suo paesaggio di natura, di animali, di uomini e cose: «Guardi
chi passa nella grande estate: / la bicicletta tinnula, il gran carro /
tondo di fieno, bimbi, uccelli, il frate / curvo, il ramarro» (5).
Non lo si potrà però mai considerare poeta della bicicletta
per questi lievi accenni.
Nella
poesia italiana (e dicendo poesia non mi riferisco al verseggiare facile
di matrice artigianale), la bicicletta si affaccia in fugaci apparizioni,
a sottolineare uno stato di felicità, di giovinezza, di grazia.
Così essa balena, rossa, lucente, nella giovinetta di Gozzano: «rapidamente
in vista apparve una ciclista a sommo del pendio», che affida al
poeta la bicicletta per accompagnarsi a piedi con la signora, amica della
mamma (6). «Condussi nell'ascesa / la bicicletta accesa d'un gran
mazzo di rose». La stupenda immagine di quella «bicicletta
accesa» resta negli occhi e nella memoria del lettore, ma non costituisce
il motivo dominante della poesia. È quell'adolescente «forte
bella vivace bruna / e balda nel solino dritto, nella cravatta, / la gran
chioma disfatta nel tocco da fantino», che insinua in Gozzano una
sottile malinconia, un amaro rimpianto di beni mai goduti e che suscita
anche un impietoso confronto tra la fanciulla e la signora ormai matura
della cui «amicizia particolare» sente il peso: «da troppo
tempo bella, non più bella tra poco, / colei che vide al gioco la
piccola Graziella». La bicicletta ricompare nell'addio, rapido quanto
le ruote agilmente mosse: «Dalle mie mani, in fretta, / tolse la
bicicletta. E non mi disse grazie. / Non mi parlò. D'un balzo sali,
prese l'avvio; / la macchina il fruscio ebbe d'un piede scalzo, / d'un
batter d'ali ignote, come seguita a lato / da un non so che d'alato volgente
con le rote».
Appassionato
della bicicletta e delle lunghe pedalate nella vasta pianura del Ferrarese,
Corrado Govoni (7) associa alla bicicletta il libero andare per l'amata
campagna o il felice incontro con l'amore: «Tu pedalavi vaporosa
avanti, / ed io a volo dietro il tuo cappello, / come in un delizioso carosello
/ mosso da Dio sol per noi amanti. / Sull'erba della darsena intrecciammo
/ le nostre impolverate biciclette». O anche: «Una sera, andando
in bicicletta lungo le vie di polvere e di fetore della canepa cotta...».
Ma occorre sfogliare tutto il volume di Poesie (da lui stesso curato nel
1918), così denso dei colori, degli odori, delle malinconie del
crepuscolare, per trovare questi due pallidi ricordi di bicicletta.
Porre
Dino Campana in una ipotetica antologia della bicicletta è pure
possibile (ed è stato fatto, perché tutto è possibile
ai sacerdoti di un culto), ma significa usare violenza alla realtà
dolente di Campana, l'allucinato viandante che trascinava a piedi per le
strade e pei viottoli delle colline tosco-emiliane la sua disperata solitudine.
Nelle sue liriche, piene di cancellature, di sostituzioni, di mutamenti,
compare l'immagine del corridore ciclista, che affascina con la sua velocità,
ma è un attimo: «Dall'alto giù per la china ripida
/ o corridore tu voli in ritmo / infaticabile. Bronzeo il tuo corpo dal
turbine / tu vieni nocchiero del cuore insaziato...» (8), ripreso
in Traguardo, dedicato a F.T. Marinetti: «Dall'alta ripida china
/ movente precipite turbine / vivente nocchiero / come grido del turbine».
Giorgio
Caproni si trasferisce negli anni della madre giovinetta e nel ritmo dei
versi scherza sui pudori d'allora: «Per una bicicletta azzurra, /
Livorno come sussurra! / Come s'unisce al brusio / dei raggi, il mormorio!
/ Annina sbucata all'angolo / ha alimentato lo scandalo. / Ma quando mai
s'era vista, / in giro, una ciclista?» (9). Ma nella poesia Le biciclette,
dedicata all'amico Libero Bigiaretti, il ricordo dell'amicizia corre quasi
sul filo di ruote veloci, sul suono di leggero metallo: «La terra
come dolcemente geme / ancora, se fra l'erba un delicato / suono di biciclette
umide preme / quasi un'arpa il mattino...», e «E ahi rinnovate
biciclette all'alba! / Ahi fughe con le ali! ahi la nutrita / spinta di
giovinezza nella calda / promessa, che sull'erba illimpidita / di un sole
ancora tenero ricopre / nuovamente la terra.»
Nell'ebbrezza
del suo notissimo viaggio in bicicletta, Oriani si chiese: «Come
si chiamerà dunque il poeta italiano che fra non molto scriverà
l'ode alla bicicletta?» Con buona pace della sua ombra crucciata,
dobbiamo confessare che per trovare i cantori della bicicletta bisogna
scendere a Muse più modeste, a meno che non si ricorra ad un raffinato
umanista, il bagnacavallese Luigi Graziani (10). Coi due poemetti, Bicyclula,
e In re Ciclistica Satan, che meritarono l'ambito premio di Amsterdam,
rispettivamente nel 1900 e nel 1902, Graziani conferì alla bicicletta
la gloria di essere cantata in lingua latina, le dette cioè dignità
di tema classico. Bicyclula si apre con una nota di modestia: non canterà,
il poeta, la guerra, né il coraggio degli esploratori, né
l'ardire dei novelli Icari, «poeti di più ricco estro esaltino
questi argomenti; io, sol che la Musa assenta al mio canto e il lettore
presti docile orecchio, intendo dire con umile verso le lodi della bicicletta».
Pian piano, nello snodarsi elegante dei versi, la bicicletta assurge alla
bellezza di un nuovo dono concesso dagli dei ai mortali. Come per gli scudi
e le armi degli antichi eroi, nelle fucine ferve il lavoro per portare
alla luce la nuova macchina. «E già mille veicoli trasvolano
e d'ogni parte trascorrono lampeggiando ai raggi del sole e alla vivida
luce: già mille giovani, già mille fanciulle esultano a balzare
con agile slancio sulla sella inusata per monti e campagne solatie. [...]
O dei, quali intense e prima sconosciute gioie commuovono il petto del
ciclista!». Non manca l'esaltazione di tutti quei piaceri, piccoli
e grandi, che la bicicletta procura ai suoi cultori: la gioia, appena giunge
maggio, di allontanare le cure angustianti, visitare città e genti
lontane, stringere nuove e fide amicizie; «quante volte, come fra
amici di vecchia data, essi si riuniscono nelle lor gare solenni a convito».
(Come sa bene il mio deuteragonista!). A notte raggiungono il teatro dove
giovani fanciulle dal fondo dei palchi ammirano il novello eroe e nascono
amori (e qui non so se accada la stessa cosa all'orianiano direttore).
Il
secondo poemetto tocca con maggiore ampiezza narrativa la bicicletta vista
come strumento di Satana. Il diavolo compare infatti nel racconto pauroso
che un prete inventa per distogliere il giovane figlio di amici dal desiderio
di avere in premio una bicicletta. «Quasi romanzo» lo definì
Ezio Chiorboli (11), il quale ci informa che Graziani stesso stese una
traduzione per compiacere a Puntoni, grecista e ciclista, e per fare cosa
gradita «a quanti quegli esametri erano piaciuti».
Bicyclula
piacque a Carducci che nel 1900 (ottobre?) (12) scrisse all'autore: «Caro
Graziani, ho letto la Bicyclula. Terso e sincero il latino: ma ho ammirato
anche più luoghi per novità d'invenzione, per verità
e modernità di rappresentazione, per garbo ed effetto nella descrizione:
ingegno vero di poeta. Salve». Carducci non fu mai ciclista, ma neppure
fu l'autore della definizione «arrotino impazzito» dato ai
ciclisti, che circolò come sua nel congresso ciclistico del 1902
(13).
L'ode
attesa da Oriani, degna di stare alla pari con l'Ode alla mongolfiera di
Vincenzo Monti, o con la canzone Ad un giocatore del pallone di Giacomo
Leopardi, ebbe invece una nascita un po' forzata, non nobile, che Oriani
avrebbe senza dubbio considerata quasi illegittima. Nacque cioè
per concorso. Fu bandito nel 1900 dal Touring ed ebbe come vincitore Olindo
Guerrini, capo console del Sodalizio sportivo per Bologna. Un concorso
non è tale pienamente se non si accompagna ad uno strascico di polemiche
e di contestazioni. Infatti, Vittorio Betteloni (14), che aveva pure lui
inviato un suo Canto dei ciclisti, espresse sulla stampa il disappunto
per la sconfitta e mise in dubbio l'imparzialità della Commissione.
Non aveva torto: tra i due canti, non belli entrambi, il suo è più
accettabile e, direi, più sincero. Ma Olindo Guerrini era troppo
noto in Italia (oltre ad essere vice console dei ciclisti bolognesi) per
non godere di un particolare riguardo. Il suo inno è decisamente
brutto, e stupisce che l'autore della collana in dialetto dei divertentissimi
sonetti E’ viazz (15) (Il viaggio) e di tanti freschi sonetti in
lingua nei quali la ebbrezza del correre nelle chiare albe estive si ritrova
nel veloce scorrere degli endecasillabi, risulti qui così stentato,
generico, retorico, così poco se stesso. Mi sorge il dubbio sul
tempo della stesura dell'inno. Non vi compaiono affatto la bicicletta,
i ciclisti, o il volare, l'andare, il frusciare delle ruote, la lucentezza
del metallo, tutto il corredo linguistico e metaforico proprio delle rime
sulla bicicletta. Non avrà il Guerrini composto questa sua poesia,
così poco stecchettiana, per altra occasione, riciclandola poi,
impertinentemente, per il concorso? Il testo gonfio di esaltazioni alla
patria, terra di eroi, alla sacra terra nostra, madre benigna e cara, al
suolo beato che deve svelare gli arcani del genio suo, induce a ritenere
giuste le proteste di Betteloni, il quale coglie la bellezza dei mattini
aperti alla corsa, l'armonia tra lo sforzo fisico e l'intelligenza dell'uomo,
in un rapido susseguirsi di settenari veloci: «Avanti, avanti! Rapidi
/ precipitando a volo / noi divoriam lo spazio / radendo appena il suolo,
/ ed irruente palpita / pieno d'ebbrezza il cor. [...] E salir monti e
scendere, / ne 'l divin sole immersi, / cento ammirar spettacoli / di natura
diversi, / gaudio e vigore attingere, / cercati altrove invano...».
Ci sono tutti quelli che diverranno topoi letterari del ciclismo, ma c'è
anche un ritmo scattante, una fervida comunicazione di fresca giovinezza.
«Sono otto strofe - dice Falqui - che non sarebbero dispiaciute a
Carducci» (16).
Sono
questi gli anni in cui Luigi Vittorio Bertarelli, appassionato ciclista,
oltre che podista e alpinista, ideò e realizzò le prime guide
stradali, pensando anche ad un ciclismo turistico, dilettantesco, cui accordò
sempre le sue preferenze. Nell'epoca delle macchine e della tecnologia
avanzante, già oggetto di studi e di riflessioni in ambito europeo,
l'Italia, o almeno gli intellettuali italiani sembrano temere «il
macchinismo» qualcosa di mostruoso e mal dominabile, e trovare un
rifugio, un'evasione dal pensiero scientifico, cui sono così poco
abituati, nella macchina più elementare più casalinga, meno
sconvolgente.
Sta
finendo l'epoca dei viaggiatori illustri, da Goethe a Heine, a Stendhal,
l'epoca del Grand-Tour con tappe e mete obbligate, studiato a completamento
e coronamento dell'educazione della jeunesse dorée europea. L'Italia
povera scopre ora la straordinarietà e la varietà dei suoi
paesaggi, delle città d'arte, delle piccole pievi, e le scopre attraverso
il gioioso «andare» con la bicicletta.
Alla
fine del secolo, in Italia, l'esercizio del velocipede ebbe (ma non per
lungo tempo), un tocco di snobismo, lo si praticava più per moda
che per elezione dalle classi alte, interiormente ancora legate all'equitazione.
Un
nobile di razza, Alessandro Guiccioli, nota nel suo Diario (17)
le ore dedicate all'esercizio del velocipede e alle lezioni che prende
insieme a Sonnino e a Bertolini. «Le prime prove riescono abbastanza
bene - nota in data 19 settembre 1894 - ma temo che non avrò la
costanza di proseguire». Il 23 settembre Sonnino ha già ceduto
«perché l'esercizio gli causava palpitazioni». La bicicletta
è, anche nei salotti principeschi «il grande argomento del
giorno», ma, aggiunge Guiccioli: «non offre certo lo spunto
a considerazioni molto argute». Povera, modesta bicicletta, quali
mai considerazioni argute poteva suscitare nei principi Colonna, Caetani,
o nei marchesi Guiccioli e Capranica, tra le dame di compagnia della Regina
e i ministri dell'Italia umbertina?
Sarebbe
interessante sapere quali reazioni produsse nel pubblico della lirica,
il più tradizionale e il più abituato a certe fissità
di scena, la presenza di una bicicletta nella Fedora di Giordano.
Per riprendersi, dopo uno svenimento causato dall'aver appreso che il giovane
biondo pianista che sembrava di lei innamorato, era in realtà una
spia russa messa al suo fianco, la contessa Olga segue il consiglio di
De Sirieux: una corsa in bicicletta! la didascalia del libretto dice: «Olga
in costume di sportswoman [...] va a staccare la sua bicicletta deposta
sul fianco della gradinata», e scherzando sfida ad una gara De Sirieux,
concedendogli pure tre chilometri di vantaggio. La prima della Fedora
al Lirico di Milano si ebbe nel novembre 1898. Bisognerebbe, forse, andare
a vedere i giornali dell'epoca per sapere se questa bicicletta in scena
fu colta come elemento turbativo dello spettacolo.
Più
che alla poesia, è alla prosa che dobbiamo affidarci per seguire
il cammino della bicicletta nel suo divenire costume di vita che accomuna
sempre più le classi sociali, offre libertà nuove alle donne,
contribuendo non poco al loro movimento di emancipazione.
«Andarsene
ovunque, ad ogni momento, arrestandosi alla prima velleità di un
capriccio - scrive Oriani - senza preoccupazioni come per un cavallo, senza
servitù come in treno», rappresenta una nuova dimensione del
vivere. Le pagine più belle sulla bicicletta le ha scritte Oriani,
le più divertenti Guerrini. Il primo, inchiodato nella sua casa
di Casola, sogna l'andare «non importa dove», e il viaggio
che fece solitario nel 1897 da Faenza in Toscana attraverso l'Appennino
è rimasto nel suo ricordo e nel suo scritto l'unico bel sogno realizzato,
grazie alla bicicletta. «Partire alla ventura, attendere dal capriccio
l'ispirazione, essere più rapidi di un cavallo senza sentirci mai
stanchi, arrestarci dappertutto, su qualunque strada, e giunti non serbare
alcuna preoccupazione del viaggio compiuto e del come ricominciarlo, ecco
il sogno. La bicicletta è così. La sua velocità rivaleggia
con quella del vapore, mentre la sua fatica resta un giuoco: è piccola,
lieve, muta. Vi si è in bilico, eppure si cessa di avvertirlo: può
salire e discendere per qualunque strada, altrimenti la si piglia sotto
un braccio e si prosegue egualmente spediti». Pur con la sovrabbondanza,
a volte oratoria, che contraddistingue le pagine di Oriani, quasi un fiume
in piena, incontenibile, maestoso e lutulento, il volume La bicicletta
è uno dei più belli dello scrittore casolano e ben se ne
accorse Renato Serra (18) che a lui dedicò uno studio attento, rigoroso,
a lungo meditato.
Nella
distribuzione dei ruoli, di cui ho dato avvertimento all'inizio, parlare
di Oriani è zona off limits per me, di esclusivo dominio
di Dirani, perciò non vado oltre nelle citazioni o nei commenti,
per non incorrere nelle ire di chi non solo è specialista di Oriani,
ma anche erede di quella passione per il ciclismo che egli anzi coltiva
con maggiore costanza, con maggiore conoscenza di tutte le scaltrezze della
corsa, e con uno spirito di sportiva competizione ignoto all'Oriani.
Altro
ritmo di linguaggio e di narrazione usa Olindo Guerrini nel suo libretto
del 1901, In bicicletta (19), che raccoglie scritti apparsi precedentemente
in giornali sportivi. A Guerrini piace il ciclismo, sente la gioia della
corsa tra le bianche strade, nelle ore del mattino, ma non si lascia trascinare
più di tanto. Si diverte, piuttosto, a prendere in giro i benpensanti
di fine Ottocento.
Dalle
sue scherzose pagine ci viene incontro un'Italia vecchiotta, provinciale,
ansiosa e timorosa del progresso, proprio quell'Italia che Oriani disdegna,
rifiuta, colpisce duramente nella sua scontrosa lotta col mondo intero.
Guerrini non ce la fa a sdegnarsi seriamente, risolve e dissolve nell'irrisione,
nei ricami delle discussioni da lui stesso provocate (e non si sa mai se
vere o inventate), gli episodi, i fatti, che rivelano il conservatorismo
della provincia italiana, le ordinanze del sindaco, a limitazione dell'uso
delle biciclette in città, le proibizioni dei vescovi all'uso della
bicicletta da parte dei parroci, i commenti acidi delle signore nei confronti
delle sfacciate giovinette in sella ai bicicli.
Nato
nel 1845, il Guerrini scoprì la bicicletta in età matura,
ma ne fu contagiato come un adolescente. Del resto, giovane di spirito
Guerrini-Stecchetti lo fu sempre. Non solo amici, donne, letterati illustri
furono bersagli delle sue burle. Anche la bicicletta gli ispirò
pagine di puro divertimento, nelle quali spesso si annidava lo scherzo.
Sfidare
i dotti in una disputa sugli effetti dello sforzo del ciclista sulla capacità
di pensare limpidamente e con logica era una tentazione troppo forte: presentò
quindi il bel sonetto «Via Emilia» quale faticoso prodotto
elaborato durante una gita in bicicletta da Bologna a Rimini, e, dopo aver
condotto egli stesso una sottile autocritica, pose il problema: «Mi
proponevo di cercare e sapere se e come il mio cervello fosse atto ad un
lavoro mentale durante un esercizio violento...». Molti caddero nella
rete e si accese una appassionata discussione nella quale furono trascinati
medici e letterati. Alla fine Guerrini dovette confessare: «non so
come dirlo perché me ne vergogno... via, il sonetto non era fatto
in bicicletta, ma al tavolino». Lo scritto Dante ciclista, poi, è
un fare il verso ai tanti scritti danteschi, molti dei quali oziosi, inutili,
pedanteschi che imperversarono per un certo periodo. `«Ma come -
si chiede Guerrini - è lecito ignorare in questo anno di grazia
e in un centro di cultura come Milano, che Dante fu tanto buon ciclista,
che compiè il suo viaggio a traverso i tre regni montato in bicicletta?
Dante fece il suo viaggio in pista, una pista circolare, e non ovale come
ora costuma». Lo dice chiaramente Virgilio, allenatore di Dante:
«... tu sai che il loco è tondo, / e tutto che tu sii venuto
molto / pur a sinistra... / non sei ancor per tutto il cerchio volto»;
e i due poeti vanno uno dietro l'altro come i ciclisti sulle strade terrene:
«Lo mio maestro ed io dopo le spalle». Guerrini esprime il
suo dubbio sull'ipotesi di alcuni commentatori che si trami di una gara
tra Virgilio e Dante; ma se gara dovesse essere stata, è truccata:
Virgilio «fa il patto» con Dante: «Io sarò primo
e tu sarai secondo». Si potrebbe citare ancora, ma non vorrei lasciar
credere che Guerrini sia solo schernitore e burlesco. I sonetti sulla bicicletta
sono prova del suo sincero entusiasmo.
Se
gli aristocratici romani prendevano dimestichezza con il nuovo mezzo di
locomozione nelle «piste» a ciò predisposte e organizzavano
gite sulla via Appia, i salotti e i circoli della borghesia di provincia
si allineavano ai sindaci e ai vescovi nel condannare uno sport dal quale
era facile prevedere un cambiamento di costumi. Nel primo decennio del
'900 la bicicletta rappresenta la rivoluzione di consolidati ritmi e culti
di vita, è il simbolo della trasgressione. I giovani la considerano
l'alleata di possibili sottrazioni ai rigidi riti del corteggiamento e
dell'amore sorvegliato; ma in un breve arco di tempo anche i padri di famiglia,
gli intellettuali sedentari scoprirono nel suo uso impensate libertà.
Il
turismo colto, alla ricerca di luoghi e di segni del passato, cominciò
sulle strade bianche, polverose, assolate, percorse dai ciclisti dei Clubs
amatoriali.
Qui troviamo Panzini. Una gioia pura, ingenua, quasi infantile, se non
fosse troppo scoperta l'educazione del letterato, pervade il professor
Alfredo Panzini, quando nel 1907 lascia Milano, la scuola, le lezioni private,
gli esami, e dopo cinque giorni di bicicletta raggiunge la casa di Bellaria,
sul mare. L'ormai famoso incipit del viaggio si carica, volutamente, di
un tono trionfale: «L'11 di luglio, alle ore 2 del pomeriggio, io
varcavo finalmente, dall'alto della mia vecchia bicicletta, il vecchio
dazio milanese di Porta Romana» (20).
La
grande Via Emilia si stende sotto i suoi occhi e dispiega la bellezza dei
suoi campi, dei suoi borghi, dei piccoli cimiteri lombardi. Gli offre anche
l'occasione di incontri con altri ciclisti e con gli ospiti dei piccoli
alberghi durante le tappe. Ma Panzini ha già quarant'anni e non
può quindi sentire l'ebbrezza tutta fisica e piena dei giovani.
È, inoltre, un professore che non riesce a spogliarsi delle reminiscenze
letterarie, dell'esercizio d'associare i luoghi a nomi ed eventi del passato.
È un letterato che forbisce e arrotonda la sua pagina, la costruisce
con sapienti dosature nel ritmo di una prosa dal fluire classico. «Che
piacere quando giunsi alle rive del Po! Era un antico voto che scioglievo.
Sa Iddio quante volte lo passai, ma sempre in treno, quel bianco Po, lento,
fluente tra il meandro azzurro dei pioppi evanescenti [...] Ora avrei potuto
fermarmi, o Po, in mezzo alle tue acque, sul ponte di barche. Mi fermai
infatti a dispetto delle zanzare, che quivi sono molte e feroci, e attesi
se per le acque lontane giungesse alcuna voce di antica epopea, alcun sospiro
dell'idillio di Aminta in cui tu esalasti l'anima giovane, o Torquato!».
Dopo
aver ricevuto i complimenti per il suo ritmo ciclistico da un giovane,
tutto preso dall'esercizio fisico e che ha ben altro in testa che l'Aminta
e Tasso, prosegue: «tutto solo in uno stato d'ebbrezza, che non proveniva
da liquore o da vino, ma dal sole e dalla libertà. [...] Quanti
bei nomi, andavo fantasticando, ebbero le antiche età per significare
questa ebbrezza dell'andare liberi, senza orario e senza legge: i romei,
i cavalieri erranti, i clerici vagantes, i trovieri...». Ricorda
poi i santi e i santuari del Medioevo, Jaufré Rudel in viaggio per
vedere Melisenda, messer Guido Cavalcanti che interruppe il viaggio in
Provenza per una fanciulla. Ha anche la fortuna, sempre considerando la
sua formazione culturale, di incontrare un viaggiatore
ciclista
tedesco, col quale può intendersi ricorrendo alla lingua latina.
Professore pure il tedesco; e la comunanza di conoscenze classiche, e di
striminziti stipendi statali, rende cordiale e facile il dialogo. Dice
il teutonico: «Domine professor, non more divitum et publicanorum,
sed more clericorum vagantium iter in Italiam suscepi. Philosophia in Germania
tenuem victum parat...». Il latino, la cena, il vino accendono gli
animi dei due professori, così che Panzini si trova a recitare Manzoni
e Carducci, che «il tedesco pareva capire benissimo», e il
tedesco liriche patriottiche.
Mi
si permetta un'ultima citazione. Quando giunge a Modena, Panzini loda la
gentilezza dei suoi abitanti e va a trovare un riferimento nientemeno che
nelle letture greche: «Io trovai dunque Modena meritevole di quegli
epiteti di "ben costruita e felice" che Senofonte nell'Anabasi regala a
tutte le città dell'Asia Minore...». Non c'è nulla
da fare: il letterato non riesce mai a liberarsi da quell'accumulo libresco
costruito nel lungo esercizio che lo porta a vivere in una seconda dimensione,
a sentire attraverso altri: una vita, insomma, su due piani.
Più
fresca, anche se ancora acerba stilisticamente, la novella La bicicletta
di Nini, nella quale un ragazzo supera, in una angosciata corsa notturna,
i pericoli reali e le paure immaginarie pur di far accorrere il medico
dalla nonna infortunata.
Non
tanto la paura della notte e del buio su strade disagiate e con un mezzo
ancor poco sicuro, quanto il senso del mistero, delI'inquietudine di fronte
a realtà diverse, fuori dal proprio mondo, ritroviamo nel bel racconto
di Federigo Tozzi, Un’osteria (21). Qui i protagonisti sono due
giovani che, attraversando in bicicletta l'Appennino, si trovano costretti
a pernottare in un piccolissimo paese di montagna, in una osteria non certo
ospitale, nella quale tutti, dalla donna cieca agli uomini che, nella selvatichezza
del luogo, sembrano aprire sotterranee ostilità, alla maestrina,
spaurita presenza 'civile' in una solitudine di spazi e di anime, comunicano
uno strano disagio. «Partiti in bicicletta da Firenze, erano ormai
dieci giorni che io e il mio amico Giulio Grandi giravamo l'Emilia; e siccome
l'indomani egli doveva trovarsi in ufficio, alle Poste, partimmo, benché
piovesse a dirotto, da Faenza, per tornare a tempo. Ma s'era già
di novembre; e il cielo tutto bigio, con le strade fangose e piene di pozzanghere;
gli alberi ormai con poche foglie gialle; e i primi monti dell'Appennino,
su per la lunga salita, attaccati alle nebbie. [...] Vedevo soltanto la
sua maglia sbiadita e i suoi capelli impillaccherati sotto il berretto
senza ormai più colore». Sono scomparse dal racconto di Tozzi
le strade assolate, la gioia di «andare non si sa dove», il
canto degli uccelli, il riso dei prati, che accompagnarono il viaggio di
Panzini, di Guerrini o le passeggiate di Renato Serra. Viene colto, qui,
un diverso aspetto del «girare» in bicicletta, ed è
quello della fatica, del disagio, che i due giovani affrontano ancora con
spirito sportivo - una variazione nel loro girovagare - ma che i braccianti
e i lavoratori dei primi decenni del Novecento conosceranno bene. La bicicletta,
per loro non rimanda ai voli, alla libertà: fa parte della fatica
quotidiana del lavoro umano, che essa, anzi, allevia in parte.
Divagazioni
letterarie ritroviamo in Carlo Linati. Lo scritto, tanto spesso ricordato,
Sulle orme di Renzo (22), apre con la visione del bel cielo lombardo
e della pianura che il ritorno della primavera illumina di freschi colori.
La gita diviene però ben presto occasione per riflessioni sulla
propria terra, sul carattere dei lombardi, su Renzo in fuga da Milano,
sul Manzoni. «Ogni anno quando i gigli gialli fioriscono sulle pescaie
della Muzza e delI'Addetta e i pioppi, lungo la provinciale della Bassa
perdono nel sereno ventilato i loro bioccoli d'argento che sono come le
parole che si scambiano fra loro questi innamorati della campagna, Donato
ed io, incavalcate le nostre biciclette, andiamo a festeggiar maggio, s'uno
de' nostri canali. [...] Quel mattino, usciti da Porta Orientale, raggiungemmo
a Crescenzago il Naviglio della Martesana, poi, costeggiandolo, ci demmo
a percorrere lo stradone che mena a Bergamo attraverso la campagna di Gorgonzola.
Per lì era passato Renzo Tramaglino a' tempi de' tempi. Tratto tratto,
tanto per ingannare la noia dei lunghi rettifili, scendevamo a terra, ci
mettevamo a sedere sul ciglio dello stradone e, cavata di tasca un'edizioncina
dei Promessi Sposi, io mi mettevo a leggere ad alta voce il primo passo
che mi venisse sott'occhi». Ahimè, anche il libro si portano
dietro questi letterati-ciclisti! Del Linati sono più evocative
degli odori delle biciclette e delle emozioni delle prime gare le pagine
Trotter e HP, nel libro di ricordi, Milano d'allora
(23). «Il Trotter era in quegli albori di secolo il più fiorente
ritrovo per corse al trotto e in bicicletta. [...] Quanto discutere facevamo
noi giovincelli, davanti alle botteghe dei negozianti di biciclette vagheggiando
or questa or quella macchina esposta e numerando le innovazioni che di
giorno in giorno venivano praticate alla moltiplica, alla forcella, alla
catena, allo sterzo e le mai più finite meditazioni se si trattava
di acquistarne una: da perderci i sonni!»
Enrico
Falqui definisce la pagina di Linati, Sulle orme di Renzo, insieme a quella
di Panzini, «una tra le più belle biciclettate della nostra
letteratura la quale passa ingiustamente, presso quelli che non la conoscono,
per una letteratura da gran sedentari».
Personalmente
mi metto nella schiera di «quelli che non la conoscono», la
letteratura italiana, perché mi pare che queste «biciclettate»
dei nostri letterati confermino e testimonino la matrice sedentaria.
Un
fatto è certo: questi nuovi cavalieri erranti dell'epoca moderna
si trascinavano sempre dietro l'abito, la mentalità, a volte la
pedanteria, del letterato di professione. Per avere pagine ariose, vivaci,
veri 'canti' alla bicicletta e alle corse ciclistiche, occorre ricorrere,
come dicevo all'inizio, alle pagine sportive o ai giornalisti sportivi.
Mi sentirei di aggiungere che la bicicletta, sempre escludendo i primi
suoi cultori, da Oriani a Guerrini, ha suscitato un novello interesse e
ispirato i più bei scritti in suo onore, negli anni Ottanta, quando
«l'invito del governo a risparmiare energia, l'appello degli assessori
a non ingolfare il traffico, l'esortazione degli ecologisti a non inquinare
l'ambiente» (24) hanno spinto a staccare la bicicletta dal chiodo
e a ritessere gli elogi del vecchio, economico mezzo di locomozione.
Dopo
Linati, venendo a noi più vicino nel tempo, potrei ricordare Giovanni
Guareschi (25), che nel 1941 compì un giro cicloturistico per il
«Corriere della Sera», precisamente dai primi di luglio al
12 agosto.
La
stoffa del giornalista si vede nelle pagine che narrano il viaggio, e le
brevi, lampeggianti citazioni letterarie sono piccoli tocchi, umoristicamente
dati, ad uno scritto mosso, rapido, quasi in sintonia con la velocità
del turista. «Farò milleduecento chilometri in bicicletta
- comunico a Ennia e, approfittando della magnifica mattinata del 10 luglio,
inforco la bicicletta e parto». Prima sorpresa è data dai
calzoncini corti che sembrano suscitare divertiti commenti nelle ragazze
e nelle donne che incontra. «A Fombio una donna matura e con due
gran baffi, che pedala su una bicicletta da corsa, mi sghignazza in faccia.
E questo mi secca perché io non ho sghignazzato vedendo una donna
matura e con gran baffi pedalare su una bicicletta da corsa». Ma
ben presto capisce il perché. «È triste ma deve essere
proprio così: se il mio giovane fratello si mette i calzoncini corti,
la gente dice: Ecco un giovanetto in tenuta sportiva. Se, invece, me li
metto io, la gente urla: Ecco un uomo in mutande!». Parma, Reggio,
Bologna, Rimini. Dopo aver girovagato, «Finalmente ecco il mare:
Talatta, talatta, dico fra me (ma con l'esatta grafia greca) ricordando
la traduzione col testo a fronte dell'Anabasi,» (di nuovo il Senofonte
ginnasiale!). A Ravenna giunge all'inizio della mattinata, quando la città
si sveglia. «Per me Ravenna è una città rovinata dai
libri di testo delle scuole secondarie. Per colpa sua io ho avuto rovinate
ottime giornate della mia giovinezza e un esame di storia delI'arte a ottobre».
Le impressioni più belle sono quelle lasciate dal percorso lungo
il Po e dal mulino galleggiante, l'ultima reminiscenza dei Mulini bacchelliani.
A
differenza di Panzini o di Linati, Renato Serra, ciclista, sportivo (e
non della sola bicicletta!), non narra i suoi viaggi per le terre di Romagna,
di Toscana, del Lazio. Eppure quella sua «meravigliosa bicicletta»
la sentiamo come una presenza costante, la compagna dei suoi viaggi, per
lo più solitari, da Bologna a Cesena, da Firenze a Cesena, a Roma
(dove svolge il servizio militare, e si lamenta che le marce e gli esercizi
non gli concedono molto tempo), per la Romagna. Nel 1903 scrive un sonetto
sulla bicicletta, il suo «destrier fremente», ma questa come
altre sporadiche composizioni sono puri esercizi metrici. Serra non si
lascia trascinare dalle divagazioni letterarie. Per lui questo sport ha
qualcosa di più rispetto ad altri perché gli dà autonomia
di movimento, gli permette di tornare a casa, quando è studente
a Bologna, o di andare a trovare l'amico Panzini in villeggiatura a Bellaria.
Ed è uno sport che lo fa sentire agile, lo libera dalle cure dello
studio. Non è solo la bicicletta che gli piace, gli piacciono anche
la fatica fisica, il camminare, il mantenere il corpo sciolto, esercitato.
Scrive alla madre nel 1907 da Firenze: «Mi sono iscritto a una palestra
ginnastica per la sera: è d'obbligo la maglia nera. Ti prego di
mandarmi la mia (quella che fu fatta fare insieme coi calzoni per la bicicletta)».
E nel 1909 all'amico Plinio Carli: «È un mese forse che non
mi son seduto a questa tavola: e la penna si rigira assai goffamente fra
le dita abbronzate e più usate ormai al manubrio della bicicletta
e alle spume salse che le fiorivano nelle lunghe nuotate» (26).
Nella
sua sottile sensibilità, Marino Moretti non si lascia trascinare
da novità o da entusiasmi sportivi. Nell'arguto racconto Non
so andare in bicicletta (27) guarda con distaccata indifferenza la
bicicletta che il fratello ha voluto, mettendo in apprensione ed angoscia
i genitori e la vede troneggiante «come una statua: in mezzo al tinello
come Giuseppe Garibaldi sul piedestallo in mezzo a una piazza».
A
voler essere rigorosi sulla definizione «scrittori della bicicletta»
e non perdersi nell'elenco delle citazioni nelle quali compare la parola
magica, evocatrice di storie particolari, di emozioni, di sentimenti, il
mio compito termina qui. Dagli anni Trenta in poi la bicicletta è
presente nei libri di memoria, nelle autobiografie, nelle narrazioni di
adolescenti incontri ed amori. È la bicicletta
oggetto
di desiderio in una Italia povera, dagli scarni stipendi e dagli altrettanto
misurati consumi, nella quale l'acquisto della bicicletta costituiva un
sacrificio rilevante per le famiglie. Nel ceto borghese
impiegatizio
divenne il premio al figlio che terminava gli studi superiori; tra gli
operai, i braccianti, i contadini, essa era uno strumento di lavoro; spesso,
la condizione per avere un lavoro. Durante la guerra in bicicletta si muovevano
le staffette della guerra partigiana e nei difficili anni del dopoguerra
costituiva l'unico mezzo per la gita al mare o in collina d'estate, per
merende all'aperto.
Il
furto di questo prezioso mezzo rappresentava un vero e proprio dramma.
Si pensi al bel film di De Sica Ladri di biciclette, il quale non ha niente
in comune, se non il titolo, coll'omonimo romanzo di Luigi Bertolini (28).
Sarei propensa a collocare questo lungo racconto tra le pagine che più
sentono la familiarità, la fraternità dell'uomo col suo «cavallo
d'acciaio». Bertolini ci trasporta in una strana Roma, una Roma quasi
pasoliniana, se non ammiccasse tra le pagine uno spirito sfumatamente umoristico,
una Roma di furfantelli, di imbroglioni, di ladri di professione, di stanchi
guardiani dell'ordine, non si sa mai se in combutta o no con i ladri, dove
il furto di una bicicletta è di ordinaria amministrazione, e la
traduzione in carcere dei responsabili (se mai fosse possibile individuarli
e catturarli) oltre ad essere ben poca cosa, turberebbe un equilibrio faticosamente
raggiunto. Drammatico, amaro il film; condotto con spirito divertito e
irridente il racconto, che ha l'andamento di una quête medievale
trasportata nella Roma degli anni Quaranta.
Al
termine di questa mia chiacchierata sulla bicicletta, mi accorgo (e chi
non se ne accorgerà!) che manca totalmente la letteratura meridionale
(non me la perdoneranno Dirani e i suoi amici ciclisti).
Il
limite è imputabile principalmente alle mie scarse conoscenze, letterarie
e non, sul preciso tema, ma anche al fatto che è la Padania la parte
geografica dell'Italia che più si presta ai lunghi percorsi in bicicletta,
alle gite possibili anche ai ciclisti di modesta tenuta sportiva. «La
Bicicletta vuole la pianura, la Bicicletta è nata per la Padania,
per quella gran tavola imbandita con boschi, campagne, fiumi e giardini
e città, riposanti in piano, come i pezzi della scacchiera»
(29).
Potrei
infine, a fugare eventuali ombre di predilezione per l'Italia settentrionale,
ricordare Gesualdo Bufalino che alla bicicletta, miraggio anche per i ragazzi
del Sud, dedica una rapida scheda del suo Museo d'ombre (30): «Una
Wolsit dal sellino fuori sesto e dai freni senza vigore fu il difficile
sogno di ogni sabato pomeriggio. Si prendeva a nolo da Suschidda, per quattro
soldi ogni quarto d'ora. Giusto il tempo di scendere a precipizio fino
alla stazione e di risalire poi, se si sopravviveva, pigiando forte coi
tacchi sui pedali, fra i sardonici incitamenti dei coetanei pedoni: "Viddanu,
pitalìa" (Contadino, pedala!). Con le magliette grondanti e il cuore
a pezzi nei cerei toraci, era allora il momento di buttarsi a sedere sui
bastioni della Chiesa Madre, e di esporre entrambe le guance al primo e
al secondo ceffone del genitore in agguato».
Post scriptum
Un
doveroso avvertimento va fatto al lettore che non fu presente alla conversazione
del 1987: non creda alla competenza letteraria sulla bicicletta che Dirani
mi attribuisce per più liberamente spaziare a tutto campo.
In
realtà in questo mio scritto svolgo il ruolo di quell'ultimo, bolso,
umiliato ciclista, che arranca dietro (dovrei dire, anzi, «a grande
distanza») alla schiera degli orianiani che cantando varca,
portando sulle strade della Toscana le maglie con l'orgoglioso motto di
«Casa Oriani», l'erasmiano Nulli cedit.
(1) A. Oriani,
Viaggio in bicicletta con altri scritti di viaggio, Bologna, ed.
M. Boni, 1986. Con questo titolo l'editore ha raccolto scritti vari di
Oriani, tratti da Bicicletta, Memorie inutili, Al di là,
Gramigne, Fino a Dogali, Ombre di occaso, Ultima
carica.
(2) Scrittori della
bicicletta, cura di N. Bertellini, Firenze, Vallecchi, 1985.
Il volume contiene una ricca raccolta di prose e poesie sulla bicicletta.
Manca di un indice nel senso proprio del termine, avendo il raccoglitore
seguito l'ordine della data nella quale i testi riportati apparvero (ma
senza indicazione di pagina). Spesso manca l'indicazione della fonte da
cui sono tratti gli scritti.
(3) R. Ceserani,
Treni di carta, Genova, Marietti, 1993.
(4) I canti di Castelvecchio.
(5) La rosa delle siepi,
in Odi e Inni.
(6) G. Gozzano,
Le due strade, in I colloqui, Milano, Garzanti, 1949.
(7) C. Govoni,
Poesie scelte, Ferrara, Taddei, 1918.
(8) D. Campana,
Il più lungo giorno, Firenze, Vallecchi, 1974.
(9) G. Caproni,
Il terzo libro e altre cose, Torino, Einaudi, 1968.
(10) Lira classica.
Versioni e poemetti originali di L. Graziani. Introduzione e traduzione
di V. Ragazzini, Bologna, Zanichelli, 1931.
(11) E. Chiorboli,
Il Graziani, i "Sepolcri" del Foscolo latini e il Tommaseo,
op. 1927.
(12) G. Carducci,
Lettere, vol. XX, Bologna, Zanichelli
(13) G. Carducci,
Lettere, vol. XXI. A Ottone Brentani. 20 maggio 1902: «Caro
signore, non è vero che la frase "arrotino impazzito" sia uscita
dalla mia bocca. Eccola servito. Sono suo». Per i raccoglitori di
notizie sulla bicicletta e sul pericolo che essa poteva costituire per
distratti pedoni, può essere curiosa la lettera del Carducci al
cugino Lazzeri che gli chiedeva l'interessamento per un amico ciclista
che colla bicicletta aveva ucciso un vecchio ubriaco. Cfr. Lettera n. 6174,
del 27 settembre 1904.
(14) V. Betteloni,
Opere complete a cura di M. Bonfantini, Milano, Mondadori, 1946.
La storia di un concorso fu pubblicata nell'illustrazione italiana, 1 giugno
1900.
(15) O. Guerrini,
Sonetti romagnoli, Bologna, Zanichcili, 1948.
(16) E. Falqui,
Gli scrittori in bicicletta in «Quadrivio» 8 agosto
1937, poi in «Il Broletto», settembre 1938, col titolo Affìttansi
biciclette. ovvero la bicicletta nella letteratura italiana.
(17) A. Guiccioli,
Diario, in «Nuova Antologia», 1 gennaio 1941.
(18) R. Serra,
Scritti a cura di G.De Robertis e A. Grilli. Firenze, Le Monnier,
1958.
(19) L. Stecchetti
(O. Guerrini), In bicicletta, Catania, Giannotti, 1901.
(20) A. Panzini,
La lanterna di Diogene, Milano, 1927.
(21) F. Tozzi,
Opere, a cura di M. Marchi, Milano, Mondadori, 1987
(22) C. Linati,
Sulle orme di Renzo. Pagine di fedeltà lombarda, «Quaderni
della Voce», 15 maggio 1919, n. 30.
(23) C. Linati,
Milano d'allora, Milano, Editoriale Domus, 1946.
(24) C. Marchi,
Elogio della bicicletta, «La Gazzetta di Parma», 24.4.1983.
(25) G. Guareschi,
Chi sogna nuovi gerani? Autobiografia, a cura di Carlotta e Alberto
Guareschi, Milano, Rizzoli, 1993
(26) Epistolario di
Renato Serra, a cura di L. Ambrosini, G. De Robertis, A. Grilli, Firenze,
Le Monnier, 1953.
(27) M. Moretti,
Parole e musica, Firenze, Vallecchi, 1936.
(28) L. Bertolini,
Ladri di biciclette, Firenze, Vallecchi, 1936.
(29) G. Artieri,
Quasi un elogio della Bicyclula, in Scrittori della bicicletta,
cit.
(30) G. Bufalino,
Museo d'ombre, Palerrno, Sellerio, 1982.