Nota introduttiva di Claudio Casadio |
A uno pover'uomo di Faenza è
rubata a poco a poco una pezza di terra: fa sonare tutte le campane e dice
che è morta la ragione.
Essendo signore di Faenza Francesco De' Manfredi (1), padre
di messer Ricciardo e d'Alberghettino, signore e savio e dabbene sanza
alcuna pompa, che più tosto tenea costume e apparenza con onestà
di grande cittadino che di signore, avvenne per caso che uno possente di
quella città avea per confine una pezza di terra a una sua possessione,
la quale era d'uno omiciatto non troppo abbiente; e volendola comperare,
e più volte fattone punga (2), e non essendovi mai modo, perchè
quello omiciuolo il meglio che potea la governava e mantenevasi la sua
vita (3), e prima avrebbe venduto sè che quella, di che, non potendo
questo cittadino possente venire a effetto della sua volontà, si
pensò usare la forza. Però che, essendo una piccioletta fossa
tra lui e quell'altro per confine, ogni anno quasi, quando s'arava la sua,
pigliava, quando con un solco e quando con un altro per anno, uno braccio
o più di quella del vicino.
Il buon uomo, benchè se ne accorgesse, non ardiva
quasi dirne alcuna cosa, se non che con certi suoi amici secretamente si
doleva; e tanto andò questa cosa oltre in pochi anni che, se non
fosse uno ciriegio che trovò nel detto campo, che era troppo evidente
a passarlo, però che ciascuno sapea il ciriegio essere nel campo
di quello omicciuolo, e' se l'avrebbe in poco tempo preso appoco appoco.
Di che, veggendosi questo buon uomo così rubare, e scoppiando d'ira
e di sdegno, e appena non potere non che dolersi ma dirne alcuna cosa,
come disperato si muove un dì con due fiorini di moneta in borsa
e va a tutte le gran chiese di Faenza, pregandoli e prezzandoli (4) a uno
a uno che tutte le loro campane alle cotante (5) ore dovessono sonare,
pigliando ora disusata dal vespro e dalla nona (6). E così
seguì: chè religiosi ebbono que' denari e al tempo (7) danno
nelle campane gagliardamente, per forma che tutti quelli della terra dicono:
- Che vuol dire questo? -, guatando l'uno l'altro.
Il buon uomo, come uscito di sè, correa per la
terra.
Ciascuno veggendolo dicea:
- O voi, ché correte? O tale, perchè suonano
queste campane? -
Ed egli rispondea:
- Perché la ragione è morta -; e in altra
parte dicea: - Per l'anima della ra-gione, ch'è morta - E così
col suono delle campane gittò queso detto per tutta la terra, tanto
che 'l signore, domandando perchè sonavano, e in fine essendoli
detto non saperne altro se non quello che 'l tal uomo andava gridando,
il signore mandò per lui, il quale v'andò con gran paura.
Come il signore il vide, disse:
- Vie' qua: che vuol dir quello che tu vai dicendo? E
che vuol dire el suono delle campane? -
Elli rispose:
- Signor mio, io ve lo dirò, ma priegovi che io
vi sia raccomandato. Il tale vostro cittadino ha voluto comprare un mio
campo di terra, e io non glil'ho voluto vendere; di che, non potendolo
avere, ogni anno, quando s'è arata la sua, ha preso dalla mia quando
un braccio e quando due, tanto ch'egli è venuto allato a un ci-riegio
che più là non può bene andare che non fosse molto
evidente; che benedetto sia chi 'l piantò, ché, se non vi
fosse stato, e' s'avea in poco tempo tutta la terra! Di che, essendomi
tolto il mio da uomo sí ricco e sí possente, e io essendo,
si può dire, un poverello, non sanza gran pena sostenuta e soperchio
dolore, mi mossi come disperato a salariare quelle chiese, che hanno sonato
per l'anima della ragione ch'è morta -.
Udendo il signore il motto di costui e la ruberia fattali
dal suo cittadino, mandò per lui; e saputa e fatta vedere la verità
del fatto, fece restituire la terra sua a questo povero uomo, facendo andare
là misuratori, e darli di quella del suo possente allato a lui tanta
quanta tolta avea della sua; e fecegli pagare i due fiorini che avea speso
in fare sonare le campane.
Questa fu gran giustizia e gran benignità di questo
signore, come che colui meritasse peggio; ma pur, ogni cosa computata,
ella fu gran virtù la sua, e la iustizia del povero uomo non fu
piccola; e dove dicea ch'elle sonovano per la ragione che era morta, e'
si potrebbe dire ch'elle sonorono per far resuscitare la ragione. Le quali
oggi potrebbono ben sonare ché ella resuscitasse! (8)
(1) Francesco De' Manfredi: signore di Faenza
dal 1313 al 1327 (anno in cui venne spodestato dal figlio Alberghettino,
decapitato poi nel 1329) e morì nel 1343. Ricciardo, l'altro figlio
di Francesco, fu signore di Faenza e di Imola dal 1334 al 1348.
(2) punga: pugna, lite (forma metatetica d'estrazione
popolare: cfr., ad es., Dante, Inf. IX 7: "pur a noi converrà vincere
la punga")
(3) la governava .... vita: la coltivava e ne
ricavava di che vivere. Per governare nel senso di "coltivare" cfr.
Volgarizzamento di Palladio, Verona 1810, I 6.
(4) pregandoli e prezzolandoli: pregando e pagando
i parroci di quelle chiese.
(5) cotante: tali.
(6) disusata ... nona: diversa da quelle in cui
si suonavano abitualmente le ore, al fine di attirare l'attenzione della
gente.
(7) al tempo: al tempo stabilito.
(8) Tra i testi più vicini alla presente novella
sono, oltre ad un racconto di Il Pecorone di Ser Giovanni, l'Esprit
de nos ayeux di Lecoy de la Marche e l'Esopo di Francesco del
Tuppo.
NOTA INTRODUTTIVA DI CLAUDIO CASADIO
Non è difficile immaginare la campagna faentina
del milletrecento. Terreni e campi coltivati che si alternavano a
selve e zone ancora boscose. Campi che richiedevano tanto lavoro per regolare
i fossi e lo scolo delle acque. Abitazioni che erano tuguri di legno con
paglia nei tetti. Qualche rara casa era fatta di pietra.
La campagna era lavorata con fatica, in un modo che conosciamo
poco e con rapporti tra gli uomini assai aspri. C'era chi lavorava la terra
tutti i giorni, per ricavarci il cibo per la famiglia, c'erano i prepotenti
che usavano la forza, c'era chi comandava su estese proprietà e
c'era chi viveva con il furto. A rendere tutto più difficile erano
le guerre, le carestie e le epidemie che molto spesso bruciavano
molte vite e anni di lavoro in pochissimo tempo.
Le ingiustizie e i soprusi erano frequenti. E quanto raccontato
nella novella di Franco Sacchetti, ambientata nella campagna faentina all'inizio
del trecento, può dunque non essere solo il frutto di una creazione
letteraria. La vicenda, almeno nella parte relativa ai soprusi subiti dal
povero contadino, può essere reale. Più difficile è
dire se realmente il signore trecentesco di una città, nel
caso appartenente alla famiglia dei Manfredi, fosse realmente sensibile
alle richieste di giustizia da parte dei suoi cittadini meno potenti.
Nel concludere positivamente il racconto Franco Sacchetti
non dimentica infatti i suoi rapporti con Faenza e con la famiglia Manfredi.
Astorgio I Manfredi, signore della città dal 1377 al 1405 caratterizzatosi
anche per le sue iniziative di mecenate e rimatore, nel 1396 nominò
Podestà della città proprio Sacchetti e successivamente mantenne
con il letterato rapporti epistolari.
La novella non può quindi essere disgiunta da questo
rapporto, ma neanche si può ritenere forte od esclusivo il condizionamento
dato da questo rapporto. In altra novella un Manfredi viene descritto come
tiranno e malvagio. Il racconto resta quindi inserito nel lavoro letterario
di Sacchetti caratterizzato, come ha ricordato Alessandro Montevecchi,
da una spinta moralistica affiancata da una più giovanile vena edonistica,
disimpegnata e «canterina» nel filone della tradizione trecentesca
di Boccaccio e Pucci.
La conclusione positiva della vicenda, grazie all'intervento
del signore faentino che ascolta le giuste proteste del povero contadino
e interviene per ristabilire la giustizia, permette però un altro
collegamento letterario: quello con il pensiero illuministico e con una
spinta letteraria decisa alla condanna del potere assoluto, per invitare
alla tolleranza e allo sviluppo delle riforme e della libertà.
La novella del Sacchetti, pur partendo dalla denuncia
dei soprusi dei potenti, spesso impuniti, lascia aperta la speranza di
giustizia e la possibilità che ai soprusi possa essere posto rimedio.
Certo non è privo di rilievo il fatto che la giustizia
venga solo dopo ad una iniziativa ingegnosa. Il contadino, deciso a reagire
contro il sopruso che ha superato la soglia di tollerabilità, ricerca
alleanze e si muove diffon-dendo messaggi, alla ricerca di consenso. Tra
gli alleati del contadino ci sono le chiese che, pur facendosi pagare,
si mettono a disposizione e il consenso viene ottenuto lanciando per la
città un urlo che diventa un vero e proprio messaggio pubblicitario
capace di creare una positiva reazione.
Con la vittoria della protesta e il riconoscimento dei
diritti dell'ingegnoso pover'uomo, l'iniziativa ha comunque successo. In
questo modo la novella, più che denunciare la morte della ragione,
consente di avere speranza nella giustizia e nei risultati dati da un equo
esercizio del potere. Aggiungendo implicitamente un invito: la protesta
e la lotta come metodo per ottenere risultati altrimenti negati.
Claudio Casadio
Febbraio 1994.
INDICAZIONE BIBLIOGRAFICA
La novella è tratta da F.SACCHETTI, «Il trecentonovelle»,
(a cura di) ANTONIO LANZA, Firenze 1990, pp. 472-473. Da questa
edizione sono tratte anche le note al testo della novella.
Per inquadramenti storici sulla novella ambientata a Faenza e i rapporti
tra l'autore e la città manfreda si veda R.PALADINI, Franco
Sacchetti e Astorgio I Manfredi, in «Studi Romagnoli»,
VIII, 1957, pp. 189-197; AA.VV. Faenza nell'età dei Manfredi,
Faenza 1990, ivi in particolare A.MONTEVECCHI, Cultura e corte
manfrediana, pp. 100-104.
Uno studio di estremo interesse per l'esame della Faenza del trecento,
è in S.GELICHI, La ceramica a Faenza nel trecento. Il
contesto della Cassa Rurale ed Artigiana, Faenza 1992.
Ampi studi sull'epoca sono in A.VASINA, Romagna medioevale,
Ravenna 1970; J.LARNER, Signorie di Ro-magna, Bologna 1972; M.MONTANARI,
Le campagne medioevali. Strutture produttive, rapporti di la-voro e
sistemi alimentari, Torino 1984; V.FUMAGALLI, Città
e campagna nell'Italia medievale, Bologna 1985. |