Teatri senza rivoluzione
Teatranti e Comunisti in marcia verso questa fine di secolo
GIGI BERTONI

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CAPITOLO I: alcune PREMESSE sui COMUNISTI NEL TEATRO, in QUESTA FINE di SECOLO  DISCUTERE ancora 

DEFINIZIONE di TEATRO COMUNISTA: per favorire la NASCITA di UNA società più GIUSTA, più UGUALE 

il RUOLO dell'INTELLETTUALE e dell'ATTORE 

CAPITOLO II: PERSONALMENTE, la SBORNIA rizomatica, BENE!, e le ORIGINI  I miei PRIMI ANNI da POETA 

I SIGNificati 

il TEMA 

LA struttura degli SPETTACOLI (METAteatro I) 

definizione DI ricerca 

RAPPORTO con l'ORGANIZZAZIONE teatrale 

un BELLISSIMO mal DI TESta 

IL crollo DELLA QUARTA parete: SPETTACOLI per parlare, NON solo per RIFLETTERE sul TEATRO (METAteatro II) 

ESIGENZA di AVERE risposte, non PARLARE al muro DEGLI APPLAUSI 

produzione E RISPETTO per il PUBBLICO

CAPITOLO III: ma DOVE vanno a finire LE NUVOLE ?  ANDREOTTI, craxi, BERLUSconi, che DIFFERENZA fa? 

LA tv al POTERE? no, LA TV al GOVERNO... 

post scriptum  CONTORNO o conTESTO: le ATTIVITA' per LA città 

un DRAMMATURGO nel teatro DUE MONDI 

la QUALITA’ del LAVORO 

LETTERA PER "I SOMMERSI E I SALVATI", Roma, marzo 1995

 

 
 

DEDICA 
Un pensiero preliminare a tutti coloro, autorevolissimi e no, che hanno dedicato, e dedicano, il loro lavoro e la loro intelligenza a far sì che il teatro interagisca con la vita delle persone, suggerendo, spiegando, commuovendo, incantando. So bene che la fantasia è una grande arma di libertà e che, quindi, ogni volta che la usiamo aumenta la possibilità di essere liberi davvero. 

Ma sono anche convinto che questo potrebbe bastare in una civiltà che già avesse vinto i mali sociali più clamorosi, come la povertà, la mortalità infantile, mali che nel duemila possono esistere solo perché gli uomini non vogliono eliminarli. 

Non è mia intenzione fare in questo breve scritto la storia del teatro comunista, o dei comunisti nel teatro, o dei libertari, o anche solo di alcuni grandi maghi del teatro che hanno sentito la necessità di stare apertamente dalla parte della gente. 

Non ne sarei capace, anche volendo. Vorrei però almeno ricordarli, e ricordarveli, tutti quanti insieme, mentre vi accingete alla lettura di questo libretto. Senza nominarli, così che ciascuno di voi possa includere od escludere a piacere. Ma ricordando che ci sono stati, e ci sono. 

CAPITOLO I: alcune PREMESSE sui COMUNISTI NEL TEATRO, in QUESTA FINE di SECOLO 

DISCUTERE ancora Credo che sia sempre utile tentare una riflessione sul nostro ruolo in rapporto alla politica. 

Noi, ovvero coloro che riflettono sulla comunicazione e poi parlano delle discipline della comunicazione; poi i creativi, musicisti, scrittori, che anche quando non producono riflessioni sul proprio fare, nel momento stesso in cui operano fanno critica della comunicazione, anche involontariamente. 

Noi, insomma, che lavoriamo nella produzione di merce e quindi ci rivolgiamo al gusto, all'intelligenza, alla conoscenza delle persone, e che per far questo più di tutti dobbiamo affinare gli strumenti a nostra disposizione per vedere il reale, e contemporaneamente, io credo, dobbiamo anche mirare a far vedere oltre il reale la vera sostanza delle cose. 

Mi pare che ora, più di ieri o anche solo con maggiore urgenza e lucidità di ieri si presenti ancora nella storia degli uomini la necessità, e l'occasione, per noi "intellettuali" di prendere la parola, anche con il nostro lavoro, per intervenire direttamente nella vita sociale. 

Questo per due ragioni importanti: intanto perché, si dice, "sono finite le utopie" (!?), è finita la speranza della rivoluzione, di arrivare in breve al mondo GIUSTO; poi perché si profila, se disertiamo, la possibilità di una vittoria definitiva degli INGIUSTI. 

Allora: intervenire, parlare, può essere forse un esercizio vano, come lo è già stato infinite volte. Ma quando succede, pur se raramente, che i discorsi prendono nel segno, posso garantire che è pura libidine, e ti si rinnova la possibilità di andare avanti, di farlo in modo lucido. 

E sono contributi indispensabili. Chiunque operi, lavori all'interno di una disciplina, sa quanto possa essere importante, o possa mancare, la compagnia di una persona che ragiona sul lavoro e costringe a ragionare. 

 

DEFINIZIONE di TEATRO COMUNISTA: per favorire la NASCITA di UNA società più GIUSTA, più UGUALE

In questa epoca, in questi anni novanta, tinti di un tricolore stinto, non c'è alcun presupposto che possa far pensare a una possibile presa del potere da parte del proletariato. 

Perché non c'è più proletariato, o forse non c'è più classe, certo non c'è coscienza dello sfruttamento, termine vetero-comunista e impronunciabile, mentre al contrario si è diffusa una struggente coscienza della necessità di far dei sacrifici per risollevare le sorti patrie. Per questo mi si chiede di rinunciare: perché l'economia nazionale si risollevi. E gli industriali possano tornare a profitti che "valgano il rischio", e non siano costretti a licenziare, a mettere in cassa integrazione, non dobbiamo costringerli a farci del male... 

E' una battuta, mi sono lasciato andare. Le ragioni vere di una impossibilità di una rivoluzione comunista, una dittatura del proletariato, le lascio indagare a storici e politologi, ma comunque sono sotto gli occhi di tutti. E questo è quanto. 

E' difficile perciò parlare di teatro comunista, o anche immaginarlo, e forse anche di partito comunista che ha come obbiettivo la conquista del potere (o meglio: del governo). E' possibile però parlare di partito comunista come partito con un programma di difesa dei più deboli, di allargamento della democrazia, di allargamento del controllo, di leggi più giuste, di assistenza agli indifesi, di tolleranza tra gli uomini - i popoli, le nazioni, le etnie, le religioni - e anche di un maggiore controllo dei mezzi di produzione, un maggiore controllo delle ragioni del mercato, una maggiore attenzione ai problemi dei bambini anche contro il mercato, una lotta vera contro lo spaccio e il consumo di eroina, contro il traffico delle armi, di vera solidarietà con il sud del mondo... 

Se noi siamo uomini che condividiamo tutti questi imponenti obbiettivi, e facciamo teatro, allora forse attraverso il nostro essere "comunisti", potremmo sperare di trasmettere attraverso il nostro teatro una riflessione su questi obbiettivi. E porci al servizio non del partito (teatro di regime: quando il partito sbaglia il teatro lo ossequia e giustifica) ma del raggiungimento degli stessi. Quindi un teatro tendenzialmente d'opposizione al potere (che è compromesso, coesistenza di interessi diversi e conflittuali, che è polizia e repressione del disordine) che in questa fase si pone certamente e senza indugio sul fronte a fianco delle genti comuniste, e fortemente libertarie. 
 

il RUOLO dell'INTELLETTUALE e dell'ATTORE

Anche a questo paragrafo mi ci accosto con grande cautela, non sentendomi attrezzato per formulare qualsiasi teoria: altri e ben più autorevoli hanno cercato una soluzione al rapporto tra intellettuali e partito, intellettuali e potere, non tento neppure. Personalmente, ritengo - per quel che può valere una semplice opinione - che non ci siano soluzioni preconfezionate, che un intellettuale non possa avere un partito ma solo una idea per la quale combattere, perfino con le armi. Mi spiego. Se la sinistra è un grande fiume, non ha senso che io mi renda organico alla corrente calda o fredda, che essendo organizzata deve qualche volta compiere scelte di mediazione, ma piuttosto che vigili perché questo grande fiume resti nel suo alveo, e si riferisca sempre ai valori fondanti, non tradisca le sue origini e vanga continuamente alimentato dalle sue sorgenti. Così forse posso superare in avanti le fasi della politica. 

Allora, io, intellettuale, potrò trovarmi a volte più vicino alla riva destra, altre a quella sinistra, a seconda di dove mi sospingerà il vento delle mie idee, della mia riflessione. 

Può essere anche che in certi periodi io abdichi coscientemente al mio ruolo per abbracciarne un altro, per fare politica, e quindi mi misuri con altri metodi, con altre pratiche, e che il mio compito diventi non quello di "semplicemente provocare" le intelligenze, ma di predisporre atti pratici come mozioni o delibere, o ordini del giorno, o dirigere una commissione, o occupare una sala consiliare, a seconda, e cambieranno anche i miei punti di riferimento, i miei ragionamenti si adegueranno ai nuovi compiti. 

Ora, come militante del teatro, semplicemente dovrò far sì che attraverso il mio teatro, e attraverso l'azione a trecentosessanta gradi che mi propongo, di produzione, ospitalità - che è costruire una rete di lavoro, solidarietà e resistenza, non uno scambio d'interessi come altre volte ho dovuto vedere -, pedagogia - che non è fare proseliti, ma offrire contributi, dare visibilità ad una alternativa di teatro e quindi di pensiero e di vita, perché non sia ricondotto tutto, per le giovani generazioni, al Teatro che passa in tv o al cinema, alle interviste sui rotocalchi, al carisma dei tv-attori... - passino con chiarezza le mie idee, la mia visione del mondo. 

Per mezzo di una serie di segnali, comportamenti, scelte indirette. Per allargare, e non restringere l'area delle libertà personali, delle scelte possibili. 

Come cercherò di dire lungo questo breve scritto nel modo più chiaro che mi è possibile.