CAPITOLO I: alcune PREMESSE sui COMUNISTI NEL TEATRO, in QUESTA FINE di SECOLO DEFINIZIONE di TEATRO COMUNISTA: per favorire la NASCITA di UNA società più GIUSTA, più UGUALE LA struttura degli SPETTACOLI (METAteatro I) RAPPORTO con l'ORGANIZZAZIONE teatrale ESIGENZA di AVERE risposte, non PARLARE al muro DEGLI APPLAUSI
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DEDICA
Un pensiero preliminare a tutti coloro, autorevolissimi e no, che hanno dedicato, e dedicano, il loro lavoro e la loro intelligenza a far sì che il teatro interagisca con la vita delle persone, suggerendo, spiegando, commuovendo, incantando. So bene che la fantasia è una grande arma di libertà e che, quindi, ogni volta che la usiamo aumenta la possibilità di essere liberi davvero. Ma sono anche convinto che questo potrebbe bastare in una civiltà che già avesse vinto i mali sociali più clamorosi, come la povertà, la mortalità infantile, mali che nel duemila possono esistere solo perché gli uomini non vogliono eliminarli. Non è mia intenzione fare in questo breve scritto la storia del teatro comunista, o dei comunisti nel teatro, o dei libertari, o anche solo di alcuni grandi maghi del teatro che hanno sentito la necessità di stare apertamente dalla parte della gente. Non ne sarei capace, anche volendo. Vorrei però almeno ricordarli, e ricordarveli, tutti quanti insieme, mentre vi accingete alla lettura di questo libretto. Senza nominarli, così che ciascuno di voi possa includere od escludere a piacere. Ma ricordando che ci sono stati, e ci sono. CAPITOLO I: alcune PREMESSE sui COMUNISTI NEL TEATRO, in QUESTA FINE di SECOLO Noi, ovvero coloro che riflettono sulla comunicazione e poi parlano delle discipline della comunicazione; poi i creativi, musicisti, scrittori, che anche quando non producono riflessioni sul proprio fare, nel momento stesso in cui operano fanno critica della comunicazione, anche involontariamente. Noi, insomma, che lavoriamo nella produzione di merce e quindi ci rivolgiamo al gusto, all'intelligenza, alla conoscenza delle persone, e che per far questo più di tutti dobbiamo affinare gli strumenti a nostra disposizione per vedere il reale, e contemporaneamente, io credo, dobbiamo anche mirare a far vedere oltre il reale la vera sostanza delle cose. Mi pare che ora, più di ieri o anche solo con maggiore urgenza e lucidità di ieri si presenti ancora nella storia degli uomini la necessità, e l'occasione, per noi "intellettuali" di prendere la parola, anche con il nostro lavoro, per intervenire direttamente nella vita sociale. Questo per due ragioni importanti: intanto perché, si dice, "sono finite le utopie" (!?), è finita la speranza della rivoluzione, di arrivare in breve al mondo GIUSTO; poi perché si profila, se disertiamo, la possibilità di una vittoria definitiva degli INGIUSTI. Allora: intervenire, parlare, può essere forse un esercizio vano, come lo è già stato infinite volte. Ma quando succede, pur se raramente, che i discorsi prendono nel segno, posso garantire che è pura libidine, e ti si rinnova la possibilità di andare avanti, di farlo in modo lucido. E sono contributi indispensabili. Chiunque operi, lavori all'interno di una disciplina, sa quanto possa essere importante, o possa mancare, la compagnia di una persona che ragiona sul lavoro e costringe a ragionare.
DEFINIZIONE di TEATRO COMUNISTA: per favorire la NASCITA di UNA società più GIUSTA, più UGUALE Perché non c'è più proletariato, o forse non c'è più classe, certo non c'è coscienza dello sfruttamento, termine vetero-comunista e impronunciabile, mentre al contrario si è diffusa una struggente coscienza della necessità di far dei sacrifici per risollevare le sorti patrie. Per questo mi si chiede di rinunciare: perché l'economia nazionale si risollevi. E gli industriali possano tornare a profitti che "valgano il rischio", e non siano costretti a licenziare, a mettere in cassa integrazione, non dobbiamo costringerli a farci del male... E' una battuta, mi sono lasciato andare. Le ragioni vere di una impossibilità di una rivoluzione comunista, una dittatura del proletariato, le lascio indagare a storici e politologi, ma comunque sono sotto gli occhi di tutti. E questo è quanto. E' difficile perciò parlare di teatro comunista, o anche immaginarlo, e forse anche di partito comunista che ha come obbiettivo la conquista del potere (o meglio: del governo). E' possibile però parlare di partito comunista come partito con un programma di difesa dei più deboli, di allargamento della democrazia, di allargamento del controllo, di leggi più giuste, di assistenza agli indifesi, di tolleranza tra gli uomini - i popoli, le nazioni, le etnie, le religioni - e anche di un maggiore controllo dei mezzi di produzione, un maggiore controllo delle ragioni del mercato, una maggiore attenzione ai problemi dei bambini anche contro il mercato, una lotta vera contro lo spaccio e il consumo di eroina, contro il traffico delle armi, di vera solidarietà con il sud del mondo... Se noi siamo uomini che condividiamo tutti questi imponenti obbiettivi,
e facciamo teatro, allora forse attraverso il nostro essere "comunisti",
potremmo sperare di trasmettere attraverso il nostro teatro una riflessione
su questi obbiettivi. E porci al servizio non del partito (teatro di regime:
quando il partito sbaglia il teatro lo ossequia e giustifica) ma del raggiungimento
degli stessi. Quindi un teatro tendenzialmente d'opposizione al potere
(che è compromesso, coesistenza di interessi diversi e conflittuali,
che è polizia e repressione del disordine) che in questa fase si
pone certamente e senza indugio sul fronte a fianco delle genti comuniste,
e fortemente libertarie.
il RUOLO dell'INTELLETTUALE e dell'ATTORE Allora, io, intellettuale, potrò trovarmi a volte più vicino alla riva destra, altre a quella sinistra, a seconda di dove mi sospingerà il vento delle mie idee, della mia riflessione. Può essere anche che in certi periodi io abdichi coscientemente al mio ruolo per abbracciarne un altro, per fare politica, e quindi mi misuri con altri metodi, con altre pratiche, e che il mio compito diventi non quello di "semplicemente provocare" le intelligenze, ma di predisporre atti pratici come mozioni o delibere, o ordini del giorno, o dirigere una commissione, o occupare una sala consiliare, a seconda, e cambieranno anche i miei punti di riferimento, i miei ragionamenti si adegueranno ai nuovi compiti. Ora, come militante del teatro, semplicemente dovrò far sì che attraverso il mio teatro, e attraverso l'azione a trecentosessanta gradi che mi propongo, di produzione, ospitalità - che è costruire una rete di lavoro, solidarietà e resistenza, non uno scambio d'interessi come altre volte ho dovuto vedere -, pedagogia - che non è fare proseliti, ma offrire contributi, dare visibilità ad una alternativa di teatro e quindi di pensiero e di vita, perché non sia ricondotto tutto, per le giovani generazioni, al Teatro che passa in tv o al cinema, alle interviste sui rotocalchi, al carisma dei tv-attori... - passino con chiarezza le mie idee, la mia visione del mondo. Per mezzo di una serie di segnali, comportamenti, scelte indirette. Per allargare, e non restringere l'area delle libertà personali, delle scelte possibili. Come cercherò di dire lungo questo breve scritto nel modo più chiaro che mi è possibile. |