Il testo della conversazione con Giovanni Cattani
Bibliografia di Giovanni Cattani a cura di Giorgio
Bassi
L'introduzione di Lorenzo Valgimigli
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La vulgata cattaniana
a cura di Giorgio Bassi
Non è più tempo di vulgate.
Ce lo dicono quasi tutti i giorni studiosi e giornalisti.
Certo se pensiamo ai più conosciuti tra i controdivulgatori italiani e
stranieri, ci accorgiamo che la controvulgata è, non di rado, frutto di
quel revisionismo storico che suscita una certa inquietudine, soprattutto
negli ambienti di sinistra.
Accetto il rischio di proporre qui una brevissima controvulgata cattaniana.
Quelle che seguono sono tutte considerazioni che vengono da una recente,
attenta lettura di molti tra i saggi di Giovanni Cattani, oltre che dalla
conoscenza personale.
Se alla fine ne verrà fuori un santino avrò fallito il mio scopo.
Espongo quelli che mi sembrano i tre caposaldi della vulgata cattaniana
e svolgo subito dopo, punto per punto le mie... controdeduzioni:
1) Cattani ferocemente anticlericale.
Se di anticlericalismo si tratta non è certo quello della canonica tradizione
repubblicana degli Stecchetti o de "L'Asino" di Podrecca.
A parte mons. Francesco Lanzoni (la passione più costante di una vita
di studi) non furono pochi i preti che godettero della stima e dell'amicizia
di Cattani.
Dove sentiva intensità e sincerità di vita spirituale c'era da parte sua
sempre rispetto e spesso affetto, qualunque fosse il colore della veste
dell'uomo.
E soprattutto, questi uomini, non cercava mai di reclutarli sotto le proprie
bandiere ideologiche.
Quanto alle sue mitiche invettive scritte e orali sulla Controriforma,
queste non erano mai delle generiche sparate contro la Chiesa cattolica.
Era l'apparato di un potere vessatorio e asfissiante che la gerarchia
ecclesiastica contribuì (e sottolineo "contribuì" perché, secondo Cattani,
fu in buona compagnia) a creare in Italia, dal Cinquecento in poi, ciò
che egli aveva di mira.
Quella pedagogia violentemente o sottilmente repressiva che, spiegava
sempre il nostro con abbondanza di esempi, aveva allungato i suoi tentacoli
fino ad oggi.
Cattani la pensava proprio come Brecht che nelle note al suo Galileo (un
testo da Cattani medesimo molto amato), precisa che la vis polemica del
dramma non è rivolta contro la Chiesa cattolica, ma contro il potere repressivo
da essa esercitato e dunque, per estensione, ad ogni genere di potere
repressivo.
2) Cattani votato "costituzionalmente" ad essere minoritario e perdente
in politica
Questo è forse il punto più interessante e ricco di implicazioni della
vulgata.
Alla fin fine ciò che ne vien fuori è un Cattani idealista, forse moralista,
con quell'inevitabile sentore di trombonesco che da tali aggettivi emana.
Sono suggestioni che traspaiono un poco anche dalle belle, documentate
ed affettuose pagine scritte da Alessandro Montevecchi nell'articolo in
memoriam apparso su "Torricelliana" (1997).
In particolare due passi mi sembra meritino un breve commento:
a) "...ma lui non poteva concepire che un perenne conflitto tra politica
e moralità, con momenti rari e brevi di incontro" (p.206).
Ora mettiamoci nei panni di una persona di sinistra, ma non marxista,
proveniente dal disciolto Partito d'Azione.
Cerca una collocazione politica, o meglio una collocazione che gli consenta
di fare ancora politica. Andando per esclusione: no alla D.C., ovviamente;
no al P.C.I. stalinista, inevitabilmente; no al P.S.I. che per lungo tempo,
nel dopoguerra non è altro che un P.C.I. più piccolo.
Così, dopo la brevissima esperienza di Unità Popolare, il passaggio al
P.R.I. come aveva fatto La Malfa (anch'egli proveniente dal P.d.A.) non
è forse inevitabile, ma piuttosto ponderato sì, direi.
Poi, però, come si legge nell'intervista, La Malfa, probabilmente con
intenzioni lodevoli, fa del partito una cosa propria e lo porta su posizioni
obiettivamente di destra (e le direzioni della minidiaspora repubblicana
dell'inizio degli anni '90 testimoniano che ci possono essere anime inconciliabili
anche all'interno di formazioni politiche piccole, quando venga meno il
collante di una personalità superiore come La Malfa e/o delle poltrone).
Lo colloca nell'Internazionale liberale, come si ricorda ancora nell'intervista,
aprendolo a personalità come Spadolini (a Cattani faceva venire freddo,
lo abbiamo appena letto, e memorabile resta una definizione del nostro
quando Spadolini varò il primo governo laico del dopoguerra: "sa tutto,
ma non ha idee", detto in dialetto, of course).
Qui il problema non è morale (Cattani, sempre nell'intervista, sottolinea
che La Malfa e Spadolini sono uomini degnissimi), ma politico, squisitamente
politico.
Cattani, sempre più critico con la dirigenza repubblicana, dopo vari tira
e molla, ad un certo punto se ne va definitivamente dal P.R.I.
Dopo di che, negli anni successivi, manifesta pubblicamente il suo apprezzamento
per la politica del P.C.I. di Berlinguer anche se a tale partito non può
aderire a pieno titolo perché è ancora troppo distante dalle sue posizioni
ideologiche: tutto politicamente molto plausibile, non vi pare?
b) "...non era sempre possibile agli amici e discepoli uniformarsi alla
sua visione di una moralità "giacobina" ed eternamente perdente." (p.207).
Ora quando sento parlare di moralità giacobina a me viene in mente un
tipo alla Robespierre, cioè una figura agli antipodi del Cattani-pensiero.
Quanto all' "eternamente perdente", se ciò significa non riuscire ad aderire
in tutto e per tutto alla linea politica di un partito, beh, direi che
siamo in parecchi a meritarci una tale definizione.
Il fatto è che Cattani, non molto abile (per usare un eufemismo) nell'arte
del compromesso, era abbastanza inadatto a militare in un partito, ma
aveva (ahi lui!) la passione della politica...forse si potrebbe dire che
i partiti erano una presenza un po' troppo ingombrante, però questo è
tutto un altro discorso e mi fermo subito.
E allora Cattani più che a Robespierre, mi sembra assomigli, mutatis mutandis,
ad un Vittorio Foa nostrano, vi sembra una sciocchezza?
3) Cattani irascibile e di carattere asperrimo.
L'asprezza di carattere di Cattani è quasi leggendaria, chi lo ha avuto
come insegnante, ad esempio, possiede un repertorio aneddotico sterminato,
in proposito.
Senza entrare nel merito di singoli episodi, conosco in effetti alcune
persone che furono di sicuro trattate da lui con ingiusta severità.
E' vero anche, però, che, per Cattani, il grande rovello di tutta una
vita di pensiero (nello studio della storia politica e della filosofia)
fu il rapporto col prossimo, con l'altro da sé, con l'avversario... poi
sappiamo bene che a volte, in alcune circostanze, può capitare di non
essere del tutto conseguenti con le proprie idee.
La carità, anzi l'amore, come egli si esprime nel suo ultimo saggio, è
il vero leit motiv di gran parte della sua produzione.
Vien voglia di citare ancora Brecht (anche lui un "atipico", come Cattani),
per concludere:
Anche l'ira per l'ingiustizia
fa roca la voce.
Oh, noi che abbiamo voluto
apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.
Ma voi, quando sarà venuta l'ora
che all'uomo un aiuto sia l'uomo,
pensate a noi con indulgenza.
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