UNA FARFALLA DI CENERE
Sarà festa grande
al taglio del maggese
per coriandoli di farfalle innamorate
libere dalle culle
dell’amore agreste
Voleranno
verso la vela
tenera del cielo
tra grida pulite
di bambini
frammenti ansiosi
d’albe serene
nati dalla brace
della carne accesa
E tornerà puntuale
il ricordo
della bimba di Bologna
che sognava
una farfalla di fiordaliso
da chiudere
nella gabbia del cuore
Vedo la sua immagine
dibattersi prigioniera
fra i rovi delle schegge
come rosa di macchia
nella siepe
Ogni anno
- per non dimenticare -
un filo di calendule d’oro
illuminerà
il sentiero di cenere
grigio
come la dolcezza
d’un settembre
Angela
non rivedrà più
gronde di luna
né si scalderà
all’abbaino del sole
con occhi
di passero sperduto
Di lei resta solo
un volo immenso
di cenere
che si posò leggero
sui suoi capelli
“come solinga
lampada di tomba”
INTRODUZIONE
Qualcuno di fronte a questa pubblicazione potrebbe intanto giustamente
chiedersi a cosa serve la poesia. Rispondo con una frase dello scrittore
americano William Carlos Williams laddove afferma che «niente di
utile si trova nella poesia, ma l’umanità sta morendo miseramente
ogni giorno per mancanza di ciò che si trova nella poesia».
Pur ritenendo valido questo concetto si potrebbe pensare che la poesia
possiede uno status specifico che la destina, lo si voglia o no, ad un
pubblico di elite, a ristrette minoranze.
Ma così non è.
Abbiamo intanto un ricco patrimonio di versi dia-lettali che affonda
le sue radici proprio nell’animo più popolare della nostra gente.
E’ sufficiente ricorrere al lirismo di Aldo Spallicci o alla satira di
Olindo Guerrini, alias Stecchetti, che esaltano la sensibilità più
riposta e il diapason spirituale dei romagnoli, per capire l’importanza
e il valore di immagini espressive che si richiamano alla fatica e al dolore
dell’uomo, all’amore per la propria terra e le proprie tradizioni, concetti
questi ancora profondamente radicati nell’animo più schietto del
popolo.
La poesia è anche pensiero e fantasia, immagine e sentimento
e lo sarà sempre fino a quando il sole risplenderà sulle
sciagure umane.
Ed è proprio partendo dalla grande tragedia dell’ultima guerra
che intendo dipanare il filo delle mie parole evidenziando, in particolare,
l’olocausto di milioni di persone che assieme all’antifascismo, va visto
come il substrato della Resistenza.
Ho avut o modo di leggere poesie scritte da bambini che hanno vissuto,
prima di essere polverizzati nei lager tedeschi, momenti dilaganti di morte
e disperazione. Si può cogliere in questi scritti una testi-monianza
d’amore, un grido di condanna, un canto di speranza, un anelito di libertà
che trascende la ricerca stessa della vendetta. Sono versi che diven-tano
humus e linfa vitale offrendosi ad un’epoca in cui l’uomo barcolla alla
ricerca di una luce che rischiari sentieri futuri per non morire per sempre.
Sentite cosa ha scritto, prima di entrare nei forni crematori, un ragazzo
di quattordici anni:
“Prova, amico, ad aprire il tuo cuore alla bellezza
quando cammini tra la natura
per intrecciare ghirlande con i tuoi ricordi
e anche se le lacrime ti cadono lungo la strada
vedrai che è bello vivere”
E non va dimenticato neanche il monito del piccolo ebreo Hanus “gasato”
ad Auschwitz quando dice “che l’uomo non deve più lasciarsi riprendere
dal sonno”. E il sonno in questo caso significa accettare supinamente le
libertà perdute.
Ed Alena Synkova sogna orizzonti di pace, pur sapendo di dover
morire, lasciandoci questi versi:
“Vorrei andare sola
dove c’è altra gente migliore
in qualche posto sconosciuto
dove nessuno uccide”
Ho voluto di proposito far precedere alle mie poesie le stupende
parole di alcuni dei tanti ragazzi che con il
tappeto delle loro ceneri innocenti prepararono la Resistenza di
tutta Europa.
C’è una poesia che per il suo alto contenuto va inclusa in
questa breve documentazione. Non è mia, ma del poeta siciliano Ottavio
Profeta.
“Se la mia voce morirà
sulla croce di pietra cittadina
portatela sulla cima del mio monte
che s’alza nel vento
e si corica nella nebbia
Se la mia voce morirà
nella mia pianura
cercatela nel canneto
nella conchiglie del mare
e nell’acqua del fiume
Se la mia voce morirà
ridatemela viva
fra gli alberi del bosco
dove ogni sera
canta un usignolo”
Tornando ai bambini di Terezin e degli altri campi di sterminio, è
sorprendente constatare la consonanza della poesia con la natura del fanciullo,
il gusto estetico essenzialmente contenutistico, che non disdegna l’aspetto
formale, le continue trasfigurazioni in immagini semplici e profonde. L’età
evolutiva rivaluta il suo copioso scrigno di sogni. di intuizioni, di amore.
Nel caso dei ragazzi di Terezin, il realismo è esaltato dalla virtù
della speranza. Di fronte al bivio del “day after”, la storia e la poesia
ripropongono la missione millenaria dell’umanità che si può
sintetizzare in pochi versi:
“.....e la speranza libera dalla gabbia
colorerà la nebbia delle ore”.
Questa pubblicazione, voluta dalla Comunità Montana nell’ampio
quadro delle celebrazioni del cinquantenario della Resistenza, è
indirizzata, in particolare, verso i ragazzi affinchè il ricordo
dei loro coetanei che si aggiravano come passere bianche tra i fili spinati
dei campi di prigionia, non sia dimenticato. Siamo di fronte alla tragedia
di una adolescenza senza dimensione che va vista come un bozzolo di sole
spento da uomini in delirio.
L’olocausto dei ragazzi polverizzati nelle camere a gas, fu forse segno
d’incantesimo, di cenere che s’innalzò come un vortice sulla notte
di una civiltà calpestata.
Ognuno di noi deve finalmente capire che l’innocente battito d’ali
e il solco di terra che “annegava” tenerezza di ossa, appartiene all’umanità
tutta come un monito tremendo.
«.....non è più tempo amico
di trascinare uomini col giogo
sui «Golgota» affamati di croci
Non è più tempo delle gioie
né di rimembranze serene
se capisci che affondi i piedi
sul sangue degli innocenti
Resta coi bambini di Terezin
e vedrai che dopo la lunga notte
i licheni tenaci della libertà
chiuderanno le crepe profonde
delle nostre coscienze stanche»